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Ripartire da Ricerca e Sviluppo

Viviamo in un mondo in cui il termine pianificare è divenuto un’utopia. Nel business non si riesce a vedere oltre un orizzonte temporale di 2-3 mesi. E allora qual è la soluzione? Secondo noi è ripartire dalla Ricerca e Sviluppo.

A fine 2023, l’Ufficio Studi AIdAM pubblicò un documento dal titolo “Globalizzazione e dipendenza sistema Italia”. Si trattava di una profonda analisi di una serie di pubblicazioni sul tema, tra cui un rapporto di Confindustria e diversi articoli del The Economist. Uno dei messaggi chiave emersi dallo scenario descritto dal documento era il passaggio dal fenomeno della globalizzazione della fine del secolo scorso alla “slowbalization” dell’ultimo decennio. In pratica nel processo di allargamento degli orizzonti commerciali e dell’abbattimento delle barriere economiche si è imposto il modello delle grandi imprese multinazionali che hanno spostato la propria produzione (offshoring) portando anche ad una migrazione (esportazione) delle conoscenze e delle competenze verso quei Paesi – anche detti “emergenti” – che così hanno vissuto crescite economiche repentine.

Con il senno del poi è facile dirlo ma, in pratica, oltre a muovere la produzione beneficiando di incentivi e di riduzione dei costi, abbiamo mosso anche il nostro know how che, almeno per quanto concerne l’industria italiana, è il vero perno su cui poggiamo da sempre il nostro vantaggio competitivo. Con il tempo questo modello è andato in crisi per una serie di ragioni, ma non è questa la sede per analizzarli. I Paesi emergenti hanno imparato e hanno iniziato a fare di meglio, competendo con le stesse industrie che inizialmente hanno insegnato loro il modus operanti. La competitività si è accentuata, la concorrenza si è attivata e in alcuni casi (Cina in primis) si sono innescati dei meccanismi per cui alcune produzioni hanno iniziato a superare per qualità e quantità prodotta quelle dei Paesi più “evoluti”.

Il rientro della produzione

Da qui sono state poste in essere strategie di rientro della produzione nel Paese di origine (backshoring) o in Paesi limitrofi (nearshoring, friendshoring), ma a ben vedere questa è stata una mossa (seppur corretta) difensiva. Come si suol dire “la frittata era fatta”. Attualmente l’industria italiana, che ha sempre vantato flessibilità e creatività, si trova a scontrarsi con un nuovo livello della competizione, in cui dall’altra parte del mondo non c’è solo chi “sa fare le cose ad un prezzo finale inferiore” ma anche talvolta chi “sa fare le cose meglio”. Perché un mercato di miliardi di persone ti spinge a svilupparti e ti fornisce i presupposti economici per migliorarti.

E qui che arriva la mossa offensiva che le aziende italiane dovrebbero compiere. Ripartire dalla Ricerca e Sviluppo. Ripartire cioè dall’investimento in intelletto, stimolare l’inventiva dei propri dipendenti, sperimentare nuove soluzioni, ricercare nuovi materiali, testare strade sconosciute. Tutte attività che, a pensarci bene, non sono per noi nuove, ma anzi hanno rappresentato i pilastri dello sviluppo economico della seconda metà del ‘900. È infatti dall’osare (e dallo sbagliare) che abbiamo imparato in passato a realizzare cose nuove ed è grazie anche a quegli sforzi che oggi siamo un riferimento a livello mondiale. Un piccolo segnale c’è, infatti ISTAT ha diffuso un dato interessante: la crescita del 7,7% degli investimenti in R&S del 2023 rispetto al 2022 a livello Paese. Ma questo non basta per vincere il confronto con chi dal canto suo ha accesso ad un mercato enorme. Perché è su quel territorio che l’industria italiana ha davvero le carte giuste per differenziarsi e non solo puntare così ad essere la prima industria europea tout court, ma addirittura del mondo.

a cura di AIdAM

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