SICK secondo Fabio Gallerani: “Non siamo per tutti, e va bene così”. L’amministratore delegato di SICK S.p.A. rivendica una posizione scomoda: niente prodotti “da prezzo”, solo partnership di lunga durata. Garantisce riguardo l’interoperabilità (l’esorcista non serve), e il data scientist per rendere l’AI fruibile a tutti l’ha già assunto SICK.
L’intervista con Fabio Gallerani, amministratore delegato di SICK S.p.A., inizia con una domanda molto diretta: quale messaggio vorresti arrivasse agli OEM “giusti”, scoraggiando quelli “sbagliati”?
“Non siamo per tutti, e va bene così. Il valore di SICK non risiede nel prezzo, ma nella capacità di fornire soluzioni tecnologicamente avanzate per applicazioni complesse e ad alte prestazioni”. La parola che torna più volte, nel racconto di Gallerani, è “partnership”. Auspica relazioni con il cliente di lunga durata, e un coinvolgimento di SICK già dalle primissime fasi progettuali. Quando si crea un rapporto di questo tipo, dice, “tutto vola”. Gli OEM che hanno scelto SICK, aggiunge, sono partner ormai da tempo e ne stanno raccogliendo i benefici. “Esistono persone, nel nostro team, di grande competenza, che sono la chiave per offrire un supporto consulenziale di alto profilo. La tecnologia è fondamentale, ma il nostro vero vantaggio competitivo sono le persone che aiutano i clienti a trasformarla in valore, accompagnandoli dalla progettazione fino all’intero ciclo di vita della soluzione”.
La conduttrice lo incalza: Perdonami: Tutto ciò… per un sensore?!? “Parlare di sensori, oggi, è riduttivo – ribatte Gallerani – Penso alla visione, alla sicurezza, ad alcuni aspetti di digitalizzazione. Non sono semplicemente componenti da scegliere a catalogo, sono ormai dei piccoli sistemi che comunicano tra loro, con un’intelligenza a bordo, e che, di conseguenza, devono essere ben programmati, ben studiati, ben dimensionati…” E il momento migliore per farlo è in fase di progetto. Secondo la vostra esperienza, in che fase gli OEM perdono più tempo? Sviluppo, integrazione o messa in servizio? In tutte e tre le fasi in egual misura, risponde Gallerani. Anche per questo è importante coinvolgere un partner come SICK fin dal principio – la cooperazione abbrevia l’intero processo.
Interoperabilità: serve un esorcista?
Si fa presto a dire “Open”, ma se provo a far parlare uno dei vostri componenti con quello di un vostro concorrente, devo chiamare l’esorcista?!? Gallerani esclude l’intervento soprannaturale, salvo riservarsi di trovare un “professionista” all’occorrenza. SICK non ha, e non vuole, uno standard proprietario. Supporta tutti i protocolli più diffusi – OPC UA, IO-Link, di cui è stata tra i primi fornitori, fino a omlox per la localizzazione, oltre ai classici PROFINET ed EtherNet/IP. La ragione della scelta è intrinsecamente contenuta in quanto detto poco sopra: se il sensore è, oggi, un piccolo sistema interconnesso, che scambia dati con i componenti circostanti, quel dato deve avere il giusto valore, ed essere reso disponibile nel modo giusto.
Imporre uno standard proprietario? “Assolutamente no. Meglio essere forti nelle proprie soluzioni – sensori affidabili, visione affidabile – e lasciare che il dato resti fruibile da chiunque, attraverso protocolli già consolidati.”
L’accessibilità dell’AI
Per usare la vostra AI, un OEM deve assumere un data scientist da 80.000 euro l’anno? In altri termini: come rendete la vostra AI fruibile anche dal classico perito industriale?
La risposta di Gallerani arriva ridendo, ma è di pura sostanza: “Il data scientist lo abbiamo assunto noi.” Dietro SICK c’è una struttura importante, che include un Engineering HUB e un nutrito numero di Application Engineer specializzati nell’integrazione del dato, al lavoro per ottenere quella fantomatica convergenza IT/OT tanto citata quanto, apparentemente irraggiungibile. Grazie a questi specialisti, SICK ha sviluppato blocchi di intelligenza artificiale “ready to use”: algoritmi che masticano il dato grezzo del sensore, gli aggiungono valore (grazie anche agli ottant’anni di esperienza SICK nel settore), e lasciano all’integratore solo quell’ultimo miglio di personalizzazione necessario perché il componente si integri alla perfezione nell’ecosistema del cliente.
Per il perito industriale, l’AI diventa così trasparente: trova il dato già interpretato, senza dover guardare cosa accade dietro le quinte. Esattamente come quando l’app di posta ci fissa automaticamente una riunione, o quando chiediamo all’agente IA integrato nel pacchetto Office di sintetizzare un testo.
Le parole proibite
Cosa dovrebbe rimanere impresso nella testa di un automation manager di un OEM dopo aver parlato con te, senza citare: digitalizzazione, performance, sostenibilità, one stop shop, innovazione e AI. Gallerani risponde senza incertezze, e fa centro al primo colpo: “Dall’analisi dei dati alla sicurezza dei processi, SICK è un’azienda fatta di persone che portano l’automazione a tua immagine.”
di Alberto De Bernardi



