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Accesso negato (alla parità): la survey di Women for Security

La survey di Women for Security fotografa la cybersecurity femminile italiana: percorsi non lineari, carriere in accelerazione e disparità ancora strutturali. I dati raccontano un settore che cambia, ma non abbastanza in fretta.

In un paese dove il cyber skill gap è ormai classificato come vulnerabilità sistemica, la domanda su chi forma la prima linea della difesa digitale ha una risposta sempre più complessa. La community Women for Security, nata nel 2020 e sostenuta dal Clusit – Associazione Italia per la Sicurezza Informatica, ha pubblicato ad aprile la sua terza survey con i dati del 2025, raccogliendo 154 risposte attraverso un questionario in 25 domande. Il risultato è una mappa precisa, e per molti versi sorprendente, di chi sono, come lavorano e cosa vivono sulla propria pelle le professioniste della sicurezza informatica in Italia.

Il primo pregiudizio che i dati smontano è quello della cybersecurity come dominio esclusivo della programmazione. L’area tecnica rimane, per forza di cose, la più rappresentata (27% delle intervistate), ma il settore si è trasformato in una disciplina che intreccia codice, diritto, comunicazione e strategia d’impresa. Il segnale più forte arriva dal comparto legale, la cui presenza è letteralmente raddoppiata rispetto al 2022, passando dal 5% all’11% attuale, dato speculare a quello del marketing (11%) e dell’area commerciale (9%). In un ecosistema dove un attacco ransomware può distruggere la reputazione di un brand in poche ore, saper navigare le normative o gestire una crisi comunicativa è competenza critica quanto configurare un firewall. Come sottolinea Cinzia Ercolano, fondatrice di Women for Security: “Scontiamo ancora un bias culturale per cui cyber è solo tecnico. Invece non è più così”. 

Arrivare per caso, restare per competenza

Cinzia Ercolano, presidente e fondatrice di Women for Security.
Cinzia Ercolano, presidente e
fondatrice di Women for Security.

Contrariamente alla narrazione lineare degli studi universitari in informatica, il percorso che porta le donne italiane alla cybersecurity è spesso laterale. Il 23% delle professioniste dichiara di essere arrivata al settore per curiosità o interesse personale, un dato che rispetto alla survey 2022 è raddoppiato. Ancora più significativo il balzo delle entrate “per caso”, per esempio attraverso opportunità emerse nel tempo e prima non previste, dal 10% di tre anni fa al 21% attuale.

Sono dati che raccontano un settore capace di attrarre talenti eterogenei e di valorizzarli attraverso la formazione continua: il 46% delle “cyberladies” ha seguito percorsi specialistici finanziati dall’azienda, il 33% ha scelto di investire autonomamente nella propria crescita professionale.

Carriere in accelerazione, ma con pesi alle caviglie

I segnali di avanzamento delle donne nel settore della cybersecurity ci sono, anche se ci sono ancora diverse criticità. Le professioniste con ruoli di responsabilità sono passate dal 25% al 32%, le dirigenti sono più che raddoppiate arrivando all’11% (erano il 5% nel 2022), e persino l’imprenditoria femminile ha raddoppiato la sua quota, toccando il 4%. Ma è la velocità di questa progressione a generare la frustrazione più diffusa. L’87% delle partecipanti alla survey percepisce la propria crescita professionale come più lenta rispetto a quella dei colleghi maschi. Il 78% ritiene di avere minori opportunità di avanzamento (era il 40% tre anni fa) e il 54% denuncia un divario retributivo a parità di ruolo.

“Le donne fanno sempre più fatica a dimostrare che sono competenti e delle professioniste a cui affidarsi”, sintetizza Anna Vaccarelli, presidente Clusit. A complicare il quadro, l’equilibrio tra lavoro e vita familiare risulta più difficile da gestire per l’88% del campione, contro il 48% rilevato nel 2022.

Progetti per la scuola

Women for Security, comunque, non “limita” il suo lavoro denunciando il gender gap nel settore della cybersecurity, ed entra anche nelle scuole per parlare del tema sicurezza informatica. Il progetto Cybersecurity-4Schools ha già raggiunto 800 studenti e 100 insegnanti in istituti distribuiti dal nord al sud Italia con sessioni su revenge porn, deepfake, cyberbullismo e truffe online. Uno dei percorsi è stato anche inserito nella “Mappa della Città Educante” di Roma Capitale, nell’ambito della partnership con il Dipartimento Cybersecurity e Sicurezza Urbana.

Ma il dato più rivelatore riguarda i genitori: solo 80 hanno partecipato agli incontri, in presenza o online. Un vuoto che ha un forte impatto sul futuro: se i principali influenzatori delle scelte educative dei ragazzi restano digitalmente disconnessi, diventa difficile incoraggiare le giovani studentesse verso le discipline STEM e verso carriere nella sicurezza informatica.

Mentoring e role model: l’antidoto alla sindrome dell’impostore

Per invertire la rotta rispetto a gender e skill gap, Women for Security punta su mentoring (21%) e networking (19%) tra le leve di cambiamento più indicate dalle professioniste stesse. L’obiettivo è abbattere quella sindrome dell’impostore che frena molte ragazze prima ancora di iniziare. Le osservazioni sul campo durante le sessioni scolastiche sono eloquenti: di fronte a una sfida tecnologica, i ragazzi mostrano sicurezza immediata, le ragazze appaiono più titubanti. Ma superata quella prima esitazione, le studentesse raggiungono spesso livelli di competenza superiori ai loro coetanei.

Vedere professioniste reali raccontare percorsi anche non lineari – fatti di curiosità, svolte e formazione continua – serve a dare alle giovani la grinta a sentirsi competenti e a non cadere nella cosiddetta sindrome dell’impostore. In un settore dove la diversità di visione non è più un valore aggiunto ma una necessità strutturale, colmare questo divario significa rafforzare l’intero ecosistema della cybersecurity italiana.

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