I pilastri del successo secondo OnRobot: sicurezza, flessibilità e semplicità

I robot collaborativi stanno entrando in modo sempre più forte all’interno delle fabbriche, ma non possono farlo da soli: servono degli end-effector per renderli un vero valore aggiunto dell’applicazione. Enrico Rigotti, Business Development Manager Italy di OnRobot, ci ha parlato durante i Robotic Days dell’offerta dell’azienda danese e dei pilastri della robotica collaborativa.

Per prima cosa le chiedo di presentarci OnRobot: qual è la mission dell’azienda e cosa propone al mercato?

OnRobot è un’azienda danese nata nel giugno 2018, che sviluppa e produce soluzioni a fine braccio robotico hardware quali gripper, kit applicativi, sensori a sei assi, e software come il tool di monitoraggio della produzione per applicazioni collaborative. Siamo un’azienda globale con oltre 200 dipendenti nel mondo; in Danimarca e Ungheria abbiamo due poli di ricerca, dedicati allo sviluppo di nuove tecnologie robotiche. La nostra mission è quella di rendere più democratica l’automazione robotica, quindi accessibile ai non esperti in programmazione. Questo significa, tra l’altro, far produrre di più le aziende, riducendo al minimo i tempi di start-up e di riattrezzaggio, ma anche garantire la massima flessibilità nei processi produttivi, quindi aumentare il ritorno dell’investimento.

Cerchiamo di essere un punto di riferimento unico per le diverse applicazioni collaborative, fornendo la più vasta gamma di accessori a fine braccio robotico con standard hardware e software condivisi all’interno della piattaforma. Cerchiamo di sviluppare prodotti intelligenti che aumentino la flessibilità, la sicurezza, la precisione e le performance delle applicazioni. La crescita di OnRobot si può dividere in due fasi distinte: la prima a inizio 2018, quando abbiamo acquisito aziende leader di settore nel proprio campo tecnologico; la seconda dal 2019 in poi, in cui abbiamo creato un nostro centro di ricerca e sviluppo che ci ha permesso di creare uno standard hardware e software condiviso tra le diverse tecnologie.

Un esempio di questo standard hardware può essere il quick changer: abbiamo un’interfaccia unica di cambio rapido manuale universale che collega la flangia del robot a qualsiasi nostra soluzione, che sia un avvitatore, un sender o un gripper. Un esempio di standardizzazione software è, invece, la nostra piattaforma online webclient che permette di monitorare lo stato dei nostri dispositivi, aggiornarli e creare un programma in maniera uniforme. Con queste risorse abbiamo l’obiettivo di lanciare sul mercato soluzioni sempre più innovative per quanto riguarda la robotica collaborativa.

Per OnRobot i cobot sono un concetto più ampio della “semplice” applicazione collaborativa, dove operatore e robot condividono parte dello spazio di lavoro: qual è la visione che avete della robotica collaborativa e dei vantaggi che può portare alle aziende utilizzatrici?

Partirei dall’obiettivo finale della robotica collaborativa, che è quello di supportare l’operatore con un braccio robotico aumentando la produttività, riducendo i rischi di infortunio e in generale rendere più competitivo il processo. I pilastri su cui si basa la robotica collaborativa, che sono anche quelli fondanti di OnRobot, sono sicurezza, flessibilità e semplicità di programmazione. La sicurezza è ovviamente l’argomento a cui le persone sono più sensibili; noi seguiamo la Tecnica Specification 15066, che fa riferimento alla normativa UNI ENI ISO 10218, che a sua volta è armonizzata alla normativa macchine 2006/42ec. Stabilisce le possibilità di accedere allo spazio di lavoro condiviso con il cobot, quindi con possibilità di interazione fisica con il sistema robotizzato.

Ci tengo a sottolineare questo aspetto: la sicurezza non va vista come componente dei singoli prodotti, ma deve essere pensata nell’interezza dell’applicazione. Ovviamente i tool e i robot hanno delle caratteristiche intrinseche che possono rendere più facile il risk assessment, ma alla fine si dovrà sempre fare un’analisi globale. Sicurezza significa anche migliorare l’ergonomia sul posto di lavoro: i cobot, per esempio, supportano l’operatore o ne prendono il posto in operazioni noiose e pericolose come la palletizzazione.

Il secondo pilastro è la flessibilità che, invece, si declina in molti modi all’interno delle applicazioni collaborative. Per esempio, i nostri gripper per il controllo di forza permettono all’applicazione di adattarsi alle diverse misure degli oggetti senza un riattrezzaggio completo. Oppure, la flessibilità può essere vista come una gestione dell’area di lavoro completamente diversa: il risparmio di spazio è notevole con le soluzioni cobotiche, perché c’è un avvicinamento fisico tra persone e tecnologia.

Infine il terzo pilastro, la semplicità: vuol dire linguaggi di programmazione non complessi, HMI intuitivo, funzionalità che aiutano l’operatore inesperto e sopperiscono alla mancanza di personale specializzato in robotica e programmazione.

Enrico Rigotti, Business Development Manager Italy di OnRobot.
Enrico Rigotti, Business Development Manager Italy di OnRobot.

Le soluzioni OnRobot sono compatibili con i vari brand di produttori di cobot?   

A noi fa molto piacere vedere nuovi attori che entrano nel panorama della robotica collaborativa. Come filosofia aziendale abbiamo scelto di renderci compatibili con quasi tutti i brand, con interfacce software e hardware integrabili con la maggior parte dei robot. Il numero di cobot è in crescita dal 2019, in controtendenza rispetto a quello più “stagnante” dei robot industriali; c’è un raddoppio delle unità vendute dal 2017 al 2020. Ho, inoltre, notato che gli investimenti si stanno spostando verso lo sviluppo di cobot con payload più elevati, dai 20 kg in su; ciò significa che c’è un forte interesse verso il settore.

L’Italia ha avuto una crescita importante di cobot, con un +70% stimato al 2020 al 2021 ed è prevista un’ulteriore crescita per il 2022. In questo contesto, come OnRobot abbiamo la possibilità di comunicare con la quasi totalità dei robot. Abbiamo, infatti, tre protocolli di comunicazione distinti, due in fieldbus (MoldBus ed Ethernet IP) oppure possiamo programmare e integrare qualsiasi robot tramite I/O digitale.

Guardando il mercato italiano, in quali settori applicativi vede maggior interesse e vivacità di richieste? Dove la robotica collaborativa sta crescendo maggiormente? 

Il mercato di riferimento dei cobot, sia in Italia che all’estero, è quello delle PMI, le quali in questo momento storico si stanno trovando davanti a cambiamenti radicali per quanto riguarda i modelli di business e di conseguenza anche i processi produttivi. Le richieste del mercato si stanno modificando e quello che stiamo vedendo è un cambio di modello da “low mix-high volume” a “high mix-low volume”, quindi il focus non è più sui volumi ma sulla diversificazione del prodotto.

Abbiamo anche dei macrotrend a livello globale, quali il reshoring, la necessità di essere più vicini al cliente, il bisogno di un ROI più veloce, e avere consumi ridotti. In Italia, il settore metalmeccanico è ancora quello principale per il cobot, dove si trova circa il 60% del venduto; altri comparti in ascesa sono il Pharma e il Food, oltre che la General Industry. Stiamo vedendo che all’inizio i settori più interessati erano quelli della robotica tradizionale, ma ora sempre di più questa tecnologia è apprezzata soprattutto da aziende che avevano un processo totalmente manuale: secondo me, sono quelle che ne hanno colto meglio i benefici, perché hanno rapportato le performance del cobot all’attività svolta manualmente, non a un robot tradizionale, e hanno quindi apprezzato la flessibilità e l’aiuto che questa tecnologia può dare agli operatori.

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