Il paradosso italiano del mercato del lavoro ha un nome preciso – mismatch di competenze – e radici profonde: culturali, strutturali, demografiche che oggi frenano pesantemente la crescita delle nostre imprese. Abbiamo intervistato Riccardo Di Stefano, Delegato Confindustria all’Education e Open Innovation, per capire come cambiare rotta e, finalmente, creare un dialogo efficace tra scuola, ITS, università e impresa.
Uno dei gridi d’allarme più frequenti del manifatturiero italiano riguarda la difficoltà nel reperire profili tecnici specializzati. Cosa impedisce ancora oggi a molti giovani e alle loro famiglie di vedere nella fabbrica moderna un luogo di alta innovazione e realizzazione professionale?
Il mismatch di competenze non è un problema astratto: è un freno concreto alla competitività del Paese. Secondo i dati Unioncamere – Excelsior, nel 2025 quasi un’assunzione su due è considerata di difficile reperimento (47%): secondo lo studio, infatti, la mancanza di candidati continua a rappresentare la principale causa della difficoltà di reperimento, affiancata da una quota non trascurabile di casi di inadeguatezza delle competenze. Secondo l’indagine sul lavoro del Centro Studi Confindustria tra le imprese con ricerche di personale in corso al momento dell’indagine, il 67,8% dichiara di riscontrare difficoltà di reperimento, e le problematiche emergono soprattutto per le competenze tecniche. Ciò significa che il Paese si sta frenando da solo. Uno dei principali ostacoli da affrontare per cambiare rotta è culturale. Per anni abbiamo trasmesso l’idea di una gerarchia tra percorsi formativi, in cui il liceo rappresenta l’eccellenza e il tecnico una scelta residuale. Questo ha contribuito ad allontanare i giovani dall’idea di lavorare in un’impresa, che oggi è invece considerata un ambiente altamente tecnologico, dove si utilizzano robotica collaborativa, digital twin e intelligenza artificiale. A ciò si aggiunge un problema di orientamento: a nostro avviso l’orientamento deve diventare una politica educativa permanente, non essere limitato al solo open day di fine anno. Va anticipato già alle elementari e alle medie, con strumenti diversi a seconda dell’età: attività esperienziali, di orientamento, laboratori, visite in azienda. Come Confindustria stiamo lavorando molto per far conoscere i mestieri tecnici di oggi, quali sono le competenze più richieste, cosa significa avviare una propria impresa e quali skills sono necessarie per farlo, legando di fatto formazione, innovazione, lavoro e imprenditorialità. Non si tratta solo di comunicazione, ma di costruire un sistema in cui impresa e scuola siano parte dello stesso progetto formativo.
Come si sta evolvendo il ruolo degli ITS all’interno della filiera – tecnologico professionale e quali le sfide per il futuro?
Gli ITS Academy rappresentano oggi uno degli strumenti più efficaci per colmare il mismatch tra domanda e offerta di competenze. I dati parlano chiaro: livelli di occupabilità superiori all’80% e una forte connessione con le filiere produttive. Questo li rende un asset strategico della filiera tecnologico-professionale. La loro evoluzione deve però mantenere un equilibrio preciso: rafforzarne il ruolo senza snaturarne l’identità. Gli ITS devono restare percorsi agili, fortemente orientati al fare, con un legame strutturale con le imprese che spesso contribuiscono direttamente con docenze da parte di imprenditori o manager. Le sfide sono due. Da un lato, integrarli pienamente nella filiera 4+2. I numeri sono positivi: secondo il MIM per l’anno scolastico 2026/2027 la filiera 4+2 quasi raddoppia gli iscritti, con un boom nel Mezzogiorno. Dall’altro, farli diventare un ponte operativo tra PMI e università, attraverso laboratori condivisi, prototipazione e progetti applicativi. Come Confindustria stiamo lavorando molto per rafforzare il dialogo tra scuola, ITS, università e impresa. Se non rafforziamo questo legame, il risultato è che i percorsi non dialogano tra loro, le competenze non si aggiornano alla velocità dei fabbisogni del mercato del lavoro, e le imprese – soprattutto PMI – non riescono ad “entrare” nella formazione in modo semplice e continuativo. In occasione della Fiera Didacta 2026 abbiamo infatti annunciato un accordo insieme a INDIRE, CRUI e Rete ITS Italy, per mappare e analizzare come università e ITS Academy stiano collaborando o possano collaborare meglio senza sovrapporsi. L’obiettivo è dare piena attuazione all’Articolo 8 della legge 99/2022, individuando strategie e linee guida che rendano i percorsi formativi più flessibili, riducano gli abbandoni scolastici e avvicinino realmente la formazione alle esigenze delle aziende.

nella squadra di Presidenza di Confindustria.
Siamo nel pieno della transizione verso l’Industria 5.0, che mette al centro la sostenibilità e il rapporto uomo-macchina con competenze che cambiano con una velocità senza precedenti. Come può Confindustria supportare le aziende italiane nello sviluppo di queste nuove skill?
Il panorama delle competenze oggi è in continua evoluzione. Le competenze tecniche e digitali sono già essenziali per il nostro tessuto produttivo, e in futuro, con la diffusione sempre più capillare dell’intelligenza artificiale, lo saranno ancora di più. L’accelerazione tecnologica e della sostenibilità richiede alle imprese uno sforzo straordinario per qualità, intensità e velocità del cambiamento. Servono quindi tecnici nei settori della chimica, dell’informatica, della meccatronica, ma anche specialisti della moda, della meccanica e del legno-arredo, tutte le grandi aree per cui l’Italia è famosa in ogni parte del mondo. In questo contesto, il vero fattore competitivo diventa il capitale umano. Oggi il rischio è che la tecnologia evolva più rapidamente delle competenze disponibili. Per evitarlo, serve un impegno collettivo su più livelli. Primo, la scuola: introdurre in modo strutturale competenze digitali, trasversali e di cittadinanza tecnologica. Secondo, la formazione tecnica: rafforzare e far conoscere sempre di più le opportunità della “Riforma 4+2”, degli ITS Academy, e favorire anche l’apprendimento “on the job” tramite, ad esempio, gli apprendistati soprattutto in ambiti come data science, cloud e cybersecurity. Terzo, parti sociali e pubblica amministrazione devono rafforzare upskilling e reskilling, utilizzando ad esempio strumenti come i Fondi Interprofessionali. Su tutto questo Confindustria sta già lavorando, e anche a livello territoriale sono tante le associazioni che offrono progetti di orientamento per far conoscere le imprese ai giovani e alle famiglie del proprio territorio.
Spesso quando si parla di education si sentono tanti slogan contrapposti: sento dire che bisogna “portare l’impresa in classe”, ma anche che “la scuola deve entrare in azienda”. È utile un avvicinamento di questi due mondi e, se sì, in che modo portarlo avanti?
La contrapposizione tra “portare l’impresa in classe” e “portare la scuola in azienda” è, a mio avviso, superata. Il punto non è scegliere una direzione, ma costruire un sistema di integrazione tra questi che sembrano due mondi separati ma non lo sono, se pensiamo che al centro c’è la persona e la sua formazione che non finisce certo a scuola. Il tema è l’integrazione. Le imprese non possono essere viste semplicemente come coloro a cui bussare per trovare lavoro. Perché se le imprese non si integrano nel percorso di studio, con i cambiamenti e le crisi che viviamo, trovare lavoro è più difficile. Non si tratta di operazioni di marketing, ma di un processo strutturato attraverso cui rafforzare il collegamento tra percorsi formativi e mondo del lavoro: la scuola che non solo prepara, ma co-progetta; l’impresa che non solo assume, ma partecipa alla formazione; università, ITS, startup e PMI che non si incontrano solo in occasioni straordinarie, ma lavorano insieme su problemi reali. È quello che si sta cercando di fare con gli ITS Academy e la riforma 4+2: proporre modelli didattici innovativi che si focalizzano su problemi reali, valorizzare la cultura tecnico-scientifica e le materie STEM, promuovere competenze e tematiche vicine alle nuove esigenze delle imprese. Proprio i più recenti dati ITS mostrano che oltre ad una fortissima coerenza tra ciò che si studia e ciò che si fa una volta assunti, c’è anche un importante successo formativo con ottime performance su lettura, calcolo, competenze scientifiche. Quindi non solo lavoro, ma anche competenze e cultura. La direzione, quindi, è quella di costruire alleanze educative: cluster in cui scuole, ITS, università, imprese e amministrazioni progettano insieme. È così che si supera la distanza tra formazione e lavoro.
Qual è il principale obiettivo che si è posto quando le è stata affidata questa delega?
L’obiettivo principale è costruire una vera politica industriale del capitale umano. Education e open innovation non sono ambiti separati: sono due leve attraverso cui si rafforza la competitività di un Paese. Questo significa agire su tre direttrici. Primo, rafforzare la filiera tecnico-professionale, con particolare attenzione agli ITS. Secondo, creare ecosistemi territoriali dell’innovazione che mettano in rete imprese, ricerca e formazione. Terzo, trasformare la formazione in un’infrastruttura di sistema. Anche perché c’è un tema trasversale che condiziona tutto: la demografia. Secondo l’Istat al 2050 la popolazione under 14 in Italia sarà 11,2%. Recentemente sempre l’Istat ha sottolineato che nel 2025 le nascite sono state 355mila, con una diminuzione del 3,9% rispetto al 2024. Non possiamo permetterci di sprecare neanche un talento. Ogni competenza diventa strategica. La sfida, quindi, non è solo formativa, ma sistemica. Servono politiche integrate: sostegno alla natalità, occupazione femminile, servizi per l’infanzia, formazione, generazione e valorizzazione di talenti. Per questo come Confindustria lo scorso ottobre abbiamo avviato il progetto GENESI, una piattaforma aperta che mette insieme dati, iniziative e responsabilità attorno a queste tematiche strategiche. GENESI ha tre strumenti principali: un cruscotto nazionale con indicatori aggiornati e integrati da più fonti; un bollino per riconoscere e rendere visibili i progetti associativi che agiscono su orientamento, formazione continua, demografia, scuola, università; un report pubblico annuale con un momento di restituzione in cui si guarda ai numeri e si analizzano eventuali proposte di policy.



