Le iniziative di Centroal per stimolare le Istituzioni europee ad affrontare le criticità che condizionano l’industria dell’alluminio, come l’alto costo dell’energia, la concorrenza sleale delle importazioni extra-EU, la complessità del CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism) e l’export incontrollato dei rottami di alluminio. Incontro con il presidente Giorgio Di Betta, il vice presidente Mauro Cibaldi e Orazio Zoccolan, direttore di Assomet e segretario generale di Centroal
di Mario Conserva
Mai come in questo periodo storico l’industria dell’alluminio europea e italiana è sottoposta a pressioni contrapposte che ne mettono a dura prova la resistenza. Stretto tra i minacciati dazi dell’imprevedibile politica commerciale USA, le difficoltà dell’economia tedesca a rischio recessione e le spinte della transizione energetica europea, il settore sta comunque reagendo puntando su innovazione tecnologica, ricerca e nuove applicazioni del metallo leggero. Centroal, il Gruppo che all’interno di Assomet (Associazione nazionale industrie metalli non ferrosi, federata in Confindustria) rappresenta le imprese della filiera italiana dell’alluminio, ha un punto di vista privilegiato per approfondire i punti di forza e le sfide che l’industria italiana dell’alluminio sta affrontando. A questo proposito abbiamo incontrato il presidente Giorgio Di Betta, il vice presidente Mauro Cibaldi, nominati nel corso dell’ultima assemblea dell’Associazione, insieme a Orazio Zoccolan, direttore di Assomet e segretario generale di Centroal. I soci di Centroal coprono tutti i comparti ed i prodotti dell’alluminio e all’interno dell’Associazione sono attivi i gruppi Raffinatori/Remelters, Estrusori, Laminatori e Alluminio in Cucina, per un totale di 38 aziende associate che costituiscono il gruppo più numeroso all’interno di Assomet, insieme al gruppo di aziende di Centrorame. “Lo scorso anno abbiamo festeggiato i 50 anni di Centroal,” esordisce il direttore Zoccolan, “visto che dopo la nascita di Assomet nel 1946, il Gruppo Alluminio ha assunto lo status attuale nel 1954. Era nato su iniziativa dei produttori di semilavorati come estrusi e laminati e in seguito ha accolto anche i produttori di metallo secondario, tanto che oggi Centroal è il principale rappresentante delle istanze del downstream italiano dell’alluminio nei confronti dei decisori pubblici e dei differenti stakeholder per promuovere le applicazioni dell’alluminio, per favorirne lo sviluppo e per massimizzare il contributo che il metallo può offrire al raggiungimento degli obiettivi europei di sostenibilità. Il dialogo con il Parlamento, i ministeri e le istituzioni è una tradizione ben consolidata, sostenuta anche dalla campagna di comunicazione AFFG – Aluminium for Future Generations, che da diversi anni tiene alta l’attenzione su temi vitali per il settore come l’energia, il riciclo e la sostenibilità ambientale”. Grazie al prezioso lavoro di raccolta dati e d’analisi del Centro Studi Assomet, Centroal conduce un costante monitoraggio dell’economia del settore e dei mercati finali dell’alluminio, offrendo quindi un importante contributo all’azione svolta attraverso EA European Aluminium a livello di istituzioni europee.

Per comprendere l’attuale scenario di mercato, chiediamo al neo presidente Giorgio Di Betta, Chair della Extrusion Division di European Aluminium di cui partecipa da anni alle attività, la sua valutazione delle prospettive generali per l’industria dell’alluminio in Italia ed in UE nel complicato contesto globale.
Giorgio Di Betta: “Tutte le analisi e le previsioni indicano che l’alluminio è il metallo del futuro, con consumi in costante crescita in tutto il mondo. Lo è grazie alle sue caratteristiche intrinseche di infinita riciclabilità senza perdita di qualità, alle caratteristiche meccaniche molto elevate, alla versatilità d’impiego e soprattutto grazie alla sua leggerezza. In molte applicazioni, soprattutto nell’automotive, stiamo assistendo a una migrazione dall’acciaio e da altri metalli verso l’alluminio per realizzare componenti e prodotti finiti. Quindi siamo certamente ottimisti sulle prospettive a lungo termine, ma siamo consapevoli che in questo momento la nostra industria si trova ad affrontare sfide tecnologiche e di mercato che mettono in difficoltà il downstream europeo”.
Quali prospettive vedete in comparti tradizionalmente forti per il metallo leggero come gli estrusi e i laminati? Quali sono gli attuali driver di sviluppo?
Mauro Cibaldi: “In tutti i settori tradizionali d’utilizzo, l’imperativo della riduzione delle emissioni di CO2 sta facendo crescere la domanda di alluminio riciclato ottenuto con alte percentuali di rottami e assistiamo allo sviluppo di nuove leghe secondarie a bassa impronta di carbonio. E’ un fenomeno che sta interessando tutti i semilavorati, dagli estrusi ai laminati e ai getti da fonderia e pressocolata. Quindi, collegandomi alle parole del presidente Di Betta, direi che anche l’alluminio da riciclo sarà sempre più il metallo del futuro. Detto questo, la contingenza è difficile e tutti i comparti stanno soffrendo, salvo il settore dei laminati che sta beneficiando della crescita della domanda di foglio d’alluminio per imballaggi. Purtroppo la stagnazione tedesca che sta proseguendo e la situazione geopolitica mondiale non inducono all’ottimismo”.
Da tempo, in Alluminio & Leghe, sottolineiamo l’importanza di sostenere la produzione di alluminio secondario anche a livello europeo. Ma stiamo anche segnalando con preoccupazione la crescita dell’esportazione del prezioso rottame d’alluminio, che l’Italia recupera e riutilizza con risultati eccellenti, mitigando l’assenza di una produzione nazionale di alluminio primario. Dal vostro punto di vista, quali sono le criticità maggiori nell’approvvigionamento di questa materia prima?
Giorgio Di Betta: “Il rottame è una grandissima risorsa e in Italia siamo certamente all’avanguardia nel recupero di ogni tipo di rottame, anche quello di qualità peggiore. La sensibilità sta crescendo anche tra le istituzioni europee, tanto che il riciclo del rottame è uno dei pilastri della circular economy alla base di tutti gli ultimi piani ambientali europei. Tuttavia il rottame sta scarseggiando in Europa perché viene esportato verso paesi extra UE dove le quotazioni sono ben più alte, sia perché seguono borse dei metalli diverse dalle nostre, come Shangai o Chicago, sia perché ci sono fenomeni distorsivi, come i dazi USA. Il dazio del 25%, successivamente aumentato al 50%, colpisce tutti i prodotti d’alluminio tranne il rottame e ciò da un vantaggio competitivo a tutti i produttori americani che acquistano rottame europeo. Questo per noi è gravissimo e insieme a tutte le associazioni europee di settore abbiamo chiesto alla Commissione di intervenire con urgenza, almeno applicando un dazio del 50% all’esportazione di rottame. La scarsità di questa materia prima sta mettendo in difficoltà tutte le aziende del settore”. Mauro Cibaldi: “Quello che definiamo rottame primario, cioè sfridi di estrusi o di lastre di composizione omogenea, è un materiale di alta qualità che viene esportato solo in minima parte, perché è facilmente riciclato nei paesi d’origine. La scarsità riguarda soprattutto il rottame meno pregiato, con una elevata presenza di altri metalli, che in Italia riusciamo comunque a valorizzare al massimo e in modo economicamente conveniente grazie a tecnologie di ultima generazione per la cernita e la selezione. Purtroppo ci sono recuperatori europei che di fronte agli alti prezzi offerti dai buyer stranieri preferiscono vendere il rottame fuori Europa piuttosto che avviarlo al processo di riciclo in Europa. La conseguenza è che nel 2024 le esportazioni di rottame dall’Unione Europea sono cresciute di oltre l’8%”.


Sarebbe quindi opportuno incentivare maggiormente l’innovazione tecnologica per il recupero efficiente dei rottami d’alluminio? Con quali iniziative?
Orazio Zoccolan: “La Commissione Europea dichiara di voler stimolare una nuova politica industriale, che forse è stata la grande assente negli ultimi decenni. Di conseguenza ci aspettiamo interventi anche a sostegno del recupero e del riciclo. Il Raw Material Act va proprio in questa direzione, ma servirebbe, dove serve, una riduzione dei tempi di autorizzazione per i nuovi impianti. Sarebbe già un grande passo avanti soprattutto per noi italiani, che dobbiamo fronteggiare una burocrazia nazionale che complica non solo l’apertura di nuovi impianti, ma anche l’ampliamento e il revamping di quelli esistenti. Tuttavia incentivare il riciclo non è sufficiente per dare una vera spinta alla competitività del downstream europeo. Il grave problema di fondo, finora irrisolto, è il costo eccessivo dell’energia: negli ultimi anni abbiamo perso competitività non solo come Europa rispetto al resto del mondo, ma anche come sistema Italia nei confronti di competitor come la Germania, la Francia e la Spagna”.
E’ fondamentale affrontare la questione energetica, altrimenti dobbiamo dimenticarci anche la produzione europea di alluminio primario. Qual è la posizione di Centroal per stimolare la produzione di primario in UE?
Giorgio Di Betta: “La disponibilità di alluminio primario è vitale per il downstream europeo; ne produciamo sempre meno e nel 2024 abbiamo importato l’87% del fabbisogno. Oggi non abbiamo alternative, siamo obbligati a importare primario extra-EU, ma di fronte alla futura crescita dei consumi di alluminio, non possiamo permetterci di avere una filiera industriale strategica, con oltre un milione di posti di lavoro in Europa, totalmente dipendente da fornitori esteri, alla mercè di possibili crisi e problemi geopolitici. E’ una questione di sicurezza nazionale, abbiamo visto cosa è successo con la dipendenza dal gas russo. La produzione di primario è tra i processi industriali più energivori e pertanto, senza un sostegno e politiche energetiche adeguate, gli smelter europei si stanno estinguendo. È fondamentale che si risolva il problema del costo dell’energia, perché abbiamo assolutamente bisogno che in Europa l’industria del metallo primario torni a rinforzarsi e crescere, e limitare quindi la nostra dipendenza dall’estero”.
Stéphane Séjourné, Vice Presidente della Commissione Europea e Commissario per Industria, PMI e Mercato Unico, ha recentemente dichiarato che la competitività industriale dell’UE è una priorità assoluta, riferendosi non solo alle produzioni a monte, quindi con al centro la questione energetica, ma anche alla protezione del settore a valle, minacciate dall’import a basso prezzo di semilavorati e prodotti finiti da paesi con costi del lavoro più bassi e per l’abuso di procedure poco trasparenti. Che posizioni ha Centroal al riguardo?
Giorgio Di Betta: “Spero che la Commissione dia seguito a questa dichiarazione con interventi concreti. Con European Aluminium, abbiamo più volte segnalato le maggiori criticità per il settore, come gli alti costi dell’energia, la sovraccapacità produttiva cinese e turca sovvenzionata dallo Stato, il rischio di delocalizzazione delle produzioni carbon-intensive come conseguenza del sistema ETS-CBAM (Emission Trading System – Carbon Border Adjustment Mechanism), l’export incontrollato dei rottami di alluminio e la necessità di accelerare la decarbonizzazione. In particolare, chiediamo un cambio di passo sull’applicazione del CBAM e una maggior attenzione al commercio internazionale. La filosofia che ha ispirato il CBAM è corretta e condivisibile: mantenere il mercato in equilibrio proteggendo i produttori europei impegnati nella decarbonizzazione tassando alla frontiera le importazioni di prodotti con un maggior contenuto di carbonio, secondo il principio che chi emette più emissioni climalteranti, paga. Tuttavia il sistema, così come è stato strutturato, è di difficilissima applicazione pratica, lascia numerose possibilità di elusione e soprattutto non comprende l’alluminio contenuto nelle lavorazioni e prodotti a valle. La semplificazione recentemente introdotta, per cui il regolamento non si applicherà sotto la soglia delle 50 tonnellate di merce introdotta in Europa all’anno per importatore, non è la soluzione”. Orazio Zoccolan: “La data della piena applicazione del CBAM, il primo gennaio 2026, si avvicina e occorrono interventi urgenti. Il dialogo con le Istituzioni europee è aperto e il tema è arrivato ai livelli più alti della Commissione, che finalmente mostra più attenzione. Ma se non riformerà il meccanismo rivedendo le criticità che lo rendono inapplicabile, ne chiederemo l’abolizione”.


Presidente Di Betta, sappiamo che la protezione del commercio internazionale è un argomento che le sta particolarmente a cuore. Come si può intervenire per proteggere il sistema dell’alluminio europeo dalla concorrenza sleale delle importazioni a basso costo?
Giorgio Di Betta: “Le aziende europee e soprattutto quelle italiane operano rispettando pienamente le leggi nazionali e le regole del WTO ed è quindi inaccettabile che debbano subire una concorrenza sleale da paesi meno rispettosi delle regole. Tutte le rilevazioni confermano che negli ultimi anni le importazioni di semilavorati, soprattutto da certi paesi, sono in forte crescita. Non si tratta di importazioni spot, ma di un flusso che segue l’andamento della domanda europea, consolidando quote di mercato crescenti. Gli strumenti attuali a disposizione della Commissione non sono in grado di correggere tempestivamente questa dinamica. L’attuale sistema di raccolta dati, analisi dei flussi e dei prezzi e il processo di valutazione è troppo lento, per iniziare a valutare una situazione potenzialmente scorretta possono servire fino a due anni. Ma a quel punto il danno è diventato irreparabile. Ritengo che di fronte a situazioni oggettivamente distorsive, suffragate dai dati delle rilevazioni mensili, già durante l’istruttoria la Commissione dovrebbe intervenire d’ufficio con misure correttive urgenti, con dazi selettivi verso quei paesi, facilmente individuabili, al centro di situazioni distorsive del mercato. O perlomeno dovrebbe applicare procedure d’indagine più snelle e tempestive. Si tratta di un problema grave che colpisce tutto il sistema europeo dell’alluminio. Lo ripeto, sono convinto che il consumo di alluminio lavorato crescerà in Europa, ma se non proteggiamo le nostre imprese da chi non rispetta le regole, temo che questo alluminio di cui avremo bisogno sarà fabbricato altrove, con un danno gravissimo per l’industria europea”.




