Giorgio Di Betta, Presidente di Centroal, è intervenuto al Parlamento Europeo lo scorso ottobre per sottolineare i punti da correggere del CBAM. L’attuale formulazione del meccanismo offre numerose
scappatoie per eludere le regole e rischia di danneggiare la filiera europea dell’alluminio
È noto a tutti che l’alluminio viene considerato una materia prima critica indispensabile nel quadro degli obiettivi futuri dell’UE, il che comporta la necessità di garantirne una costante disponibilità in quanto essenziale in settori industriali fondamentali quali l’automotive e i trasporti, l’edilizia, il packaging, la difesa, l’aerospace e altri ancora.
Non a caso la Nato classifica l’alluminio come il metallo più importante in termini di rilevanza, anche grazie alla sua capacità di essere riciclabile all’infinito, il che lo rende perfettamente allineato con le esigenze del Green Deal.
Tuttavia, l’industria europea dell’alluminio si trova oggi ad affrontare sfide particolarmente difficili, condizioni di mercato penalizzanti la cui conseguenza negativa è che sempre più aziende chiudono le linee di produzione, licenziano lavoratori e vendono, spesso ad acquirenti cinesi e indiani, in quanto non riescono a vedere un futuro in Europa. Il problema più serio è quello rappresentato dai costi dell’energia e dalle garanzie del suo approvvigionamento. L’industria da sola non può risolverlo e nessuno è così ingenuo da pensare che possa farlo la politica: ne consegue che anche per i prossimi anni i settori industriali energivori come quello del metallo leggero dovranno rassegnarsi a pagare più di chiunque altro. Questo costo è il primo grande svantaggio dell’essere europei.
L’ETS – Emission Trading System -, il sistema di scambio di quote di emissione adottato dall’Unione che mira a incoraggiare l’industria europea a ridurre le emissioni di CO2, ha generato successivamente il CBAM (Carbon Border Adjustment Mechanism), concepito per creare condizioni di parità tra produttori europei ed extraeuropei. Un’ottima teoria, di fatto assolutamente necessaria se si vuole che l’ETS rimanga in vigore. Tuttavia, nella sua forma attuale, questa misura presenta diverse scappatoie, aspetti di estrema rilevanza che richiedono di essere modificati se non si vuole che, anziché venire incontro alle esigenze dell’industria, il CBAM produca ulteriori danni.
Analizziamone nel dettaglio un paio, quelli di maggiore rilevanza.
Il rimescolamento delle risorse
I produttori extra-UE possono aumentare la quota di metallo primario riciclato o a basse emissioni di carbonio nelle loro esportazioni verso l’Europa, utilizzando al contempo materiali a più alta intensità di carbonio per altri mercati. In buona sostanza, ciò che producono con basse emissioni di CO2 arriva in Europa, ciò che producono generando emissioni più elevate rimane nel loro mercato o va su altri mercati extra europei.
Ai produttori dell’UE questo è impedito: infatti, pagano già per il carbonio nell’ambito dell’ETS, e questi costi si applicano indipendentemente dal grado di decarbonizzazione dei processi produttivi adottati. Inoltre, le autorità europee dovranno basarsi sulle autodichiarazioni provenienti da paesi terzi, il che sembra un po’ come “la ciliegina sulla torta”.
Facciamo un esempio: le dogane turche, in quanto parte del sistema doganale europeo, ci consentono di disporre dei loro dati. Ne emerge che oltre il 30% del fabbisogno turco di alluminio primario è soddisfatto con importazioni dalla Russia, e particolarmente importante risulta anche l’import dall’Iran. È noto, però, che nessuno degli esportatori turchi negli Usa dichiara di utilizzare alluminio russo, allo scopo di evitare un’imposta daziaria del 200%. È utile chiedersi, a questo punto, perché l’Unione Europea dovrebbe basarsi su autodichiarazioni degli stessi soggetti che non lo fanno correttamente negli Stati Uniti! La soluzione a questo problema potrebbe essere l’applicazione di un valore di carbonio standard predefinito a tutti i prodotti in alluminio, con il valore di CO2 stabilito da ogni singolo Paese: la Cina dovrebbe avere il proprio valore di CO2, così come l’India, la Turchia e gli altri paesi. Questi valori sono già noti, quindi, per risolvere il problema, ovvero il rimescolamento delle risorse, basterebbe assegnare a tutti i prodotti in alluminio un determinato valore di CO2 sulla base del Paese in cui vengono fabbricati.
Il problema dell’elusione
Per evitare l’elusione è necessario che il CBAM copra i beni a valle più complessi contenenti alluminio, ad esempio cerchi e componenti dei veicoli, lattine e imballaggi alimentari, manufatti per uso architettonico. E non dovrebbero essere concesse esenzioni, mentre attualmente ciò avviene per le importazioni fino a 50 t.
Inoltre, sarebbe corretto che i costi del meccanismo riguardassero tutti i materiali. Il concetto è molto semplice: o pagano tutti, oppure, se qualcuno viene escluso, saranno danneggiati i contribuenti. Prendiamo l’esempio di una filiera a quattro livelli: produttore primario, secondario, produttore di semilavorati e di prodotti finiti. Se quest’ultimo rimanesse escluso dal CBAM, ciò metterebbe a repentaglio la filiera a monte. E se questi prodotti potessero essere realizzati in plastica o altro materiale? Non sarebbe concorrenza sleale? La soluzione al problema dell’elusione è che questa tassa venga pagata da tutti i materiali concorrenti e a qualsiasi livello della filiera.
Quel che succederà con l’entrata in vigore del CBAM
In teoria, le norme CBAM entreranno in vigore il 1° gennaio 2026, con la Commissione europea che ha promesso di dedicare attenzione e tempo all’analisi di eventuali modifiche e alla valutazione di possibili soluzioni. È utile, però, ricordare cosa è avvenuto l’ultima volta che la Commissione ha fatto la stessa promessa. Quando il divieto russo sull’alluminio primario era ancora in fase di valutazione, l’industria comunitaria del metallo leggero aveva chiarito, in particolare con la DG Trade, di sostenere il divieto, ma a condizione che fosse vietato l’ingresso in Europa a tutti i prodotti a valle fabbricati con alluminio russo. Altrimenti, ancora una volta, l’industria UE sarebbe stata costretta a utilizzare fonti costose, lasciando quelle più economiche alla concorrenza extraeuropea, accrescendone così il potere competitivo.
Bene, il 16° pacchetto di sanzioni contro la Russia è stato pubblicato lo scorso 24 febbraio ma ancora adesso, otto mesi dopo, quanto richiesto non è stato fatto perché la Commissione afferma che è una
situazione particolarmente complicata da gestire.
Nel caso del CBAM, quindi, è utile che le istituzioni comunitarie non chiedano all’industria dell’alluminio di accettare ancora una volta l’avvio di una misura provvisoria incompleta e inadeguata, le cui premesse sono chiaramente di nocumento alla filiera, con la promessa che qualcuno la migliorerà in futuro.
Alla Commissione chiediamo, invece, di collaborare alla soluzione di tutti gli otto aspetti problematici della misura e, a quel punto, saremo felici che il CBAM prenda l’avvio. Magari non nell’immediato, ma certi di averlo completato correttamente. Diversamente, nel caso in cui il meccanismo non possa essere modificato, meglio eliminarlo e fare in modo che l’ETS conceda quote gratuite alle grandi industrie ad alta intensità energetica.
Aspetti da modificare nel CBAM
Sono diverse le correzioni alla versione originale del Meccanismo sollecitate dalle associazioni nazionali ed europee dell’industria dell’alluminio. Nello specifico, è stata richiesta:
• L’applicazione di valori di carbonio predefiniti per l’assegnazione dei costi alla frontiera dell’alluminio, allo scopo di impedire ogni forma di elusione e mantenere equo il sistema. Questi valori standard dovranno riguardare sia l’alluminio grezzo (codice prodotto 7601) che i prodotti semilavorati. Il valore predefinito va applicato indipendentemente dal fatto che il materiale sia ricavato da alluminio primario o da metallo secondario da riciclo.
• L’esclusione dal CBAM delle emissioni indirette. La misura dovrebbe concentrarsi esclusivamente sulle emissioni dirette.
• Il mantenimento dell’attuale sistema di protezioni fin al momento in cui il CBAM si dimostrerà realmente efficace contro le rilocalizzazioni di carbonio. Tra queste, in particolare le quote gratuite nell’ambito del Sistema ETS di scambio di quote di emissione e la compensazione dei costi indiretti ai sensi delle norme nazionali sugli aiuti di Stato.
• L’estensione del campo di applicazione ai prodotti a valle: allo scopo di prevenire l’elusione è necessario adottare una misura in grado di coprire i manufatti a valle più complessi contenenti alluminio.
• L’introduzione di garanzie più forti contro l’elusione: l’UE deve colmare le lacune imponendo l’uso di valori predefiniti, tra cui il divieto di certificati di energia rinnovabile (GoOs) per l’alluminio importato.
• L’inserimento nel CBAM dei materiali concorrenti, ad esempio carta e plastica, allo scopo di evitare distorsioni del mercato e garantire una concorrenza leale tra materiali.
• La limitazione dell’esenzione dal CBAM per le importazioni solo fino a 5 t/anno anziché le 50 t/anno al momento previste. L’attuale soglia rischia di danneggiare i piccoli operatori europei, che in genere vendono quantità limitate di prodotti, spesso al di sotto delle 50 t per ordine, oltre a rappresentare un forte rischio per i semilavorati di nicchia, generalmente richiesti solo in piccoli volumi.



