Additive Manufacturing

Women in 3D Printing, una community per una tecnologia inclusiva

Women in 3D Printing è un’organizzazione senza scopo di lucro dedicata a promuovere, sostenere e ispirare le donne che lavorano nel settore della produzione additiva. L’obiettivo principale è incoraggiare la diversità e creare una comunità inclusiva per la condivisione di conoscenze ed esperienze. Abbiamo intervistato Valeria Tirelli, Ambassador per l’Italia, che ci ha raccontato le iniziative.

La stampa 3D applicata alla manifattura industriale è una tecnologia relativamente giovane, ancora in fase di consolidamento nei processi produttivi tradizionali, da cui sia donne che uomini partono allo stesso livello. In questo contesto, l’associazione Women in 3D Printing svolge un ruolo strategico: si tratta di un movimento composto da persone, in particolare donne, provenienti da ogni parte del mondo, con background, identità di genere e condizioni socioeconomiche diver se, che si sono unite per far sentire con forza la propria voce nel settore della produzione additiva.

A rappresentare l’Italia in questo progetto è Valeria Tirelli, CEO di AIDRO, che dal 2020 ricopre il ruolo di Ambassador del Milan Chapter dell’associazione e dal 2023 Area Mana ger per l’Italia. La sua storia è quella di una professionista che ha incontrato la stampa 3D quasi per caso, ne ha compreso il potenziale trasformativo e ha deciso di con dividerlo con una comunità sempre più ampia.

Sostenersi a vicenda

Women in 3D Printing nasce negli Stati Uniti nel 2012, per iniziativa di una professionista del settore, Nora Touré, che voleva creare uno spazio di condivisione per le donne, ma non solo, che lavorano con questa tecno logia. “L’obiettivo era trovarsi dopo il lavoro, condividere esperienze, difficoltà e soluzioni, magari davanti a un bicchiere, a un brindisi”, racconta Tirelli. Nel tempo l’associazione è cresciuta, articolandosi in oltre 100 Chapter locali distribuiti in Europa e nel mondo, fino a diventare nell’estate del 2025 un programma all’interno di ASME – American Society of Mechanical Engineers che ne ha ampliato ulteriormente il network e ampliato la visibilità istituzionale.

A oggi conta più di 13.000 membri. La missione dell’associazione è chiara: creare connessioni tra professionisti della manifattura additiva, perché dal networking nasce una crescita esponenziale sia delle singole persone sia, a livello più ampio, della tecnologia stessa. “Essendo una tecnologia nuova, ha bisogno di esperimenti, prove, fallimenti, tentativi, e c’è bisogno anche di darsi coraggio a vicenda”, spiega Valeria Tirelli. Un aspetto distintivo di questo ecosistema è la cultura della collaborazione aperta: anche tra aziende concorrenti, nella stampa 3D si tende a condividere esperienze e conoscenze, con l’obiettivo comune di accelerare l’adozione della tecnologia.

Oltre al networking tra professionisti, l’associazione è molto attiva nel supporto ai giovani. Women in 3D Printing sponsorizza concorsi e iniziative educative, tra cui il contest del World Manufacturing Forum, l’evento annuale che si tiene nell’area milanese, in cui i giovani partecipanti propongono progetti da realizzare attraverso la tecnologia della stampa 3D.

L’associazione arriva in Italia

Circa dieci anni fa, AIDRO, azienda specializzata in oleoidraulica e fluid management, ha introdotto la stampa 3D a metallo nei propri processi produttivi. Era un passo coraggioso per un’azienda radicata nella manifattura tradizionale, e Valeria Tirelli si trovò a muoversi in un settore quasi del tutto nuovo, cercando punti di riferimento in un panorama ancora poco strutturato. “Entrando in questo settore, completamente nuovo per me, ho iniziato a osservare i principali attori e referenti. Ho trovato molti americani, in Europa qualcuno soprattutto a livello universitario, ma in generale mancava un vero network”, ricorda Tirelli. Fu in quel periodo che scoprì online Women in 3D Printing, già attiva in diversi Paesi ma assente in Italia. La domanda fu spontanea: perché non c’era nessuna rappresentanza italiana? “Contattai la fondatrice e le dissi: ‘Sai, in Italia non c’è nessuno. Sarebbe interessante promuovere l’associazione’. Lei mi rispose: ‘Fai tu la prima Ambassador per l’Italia’”.

Era il 2020 e, complice la pandemia, l’avvio fu interamente in formato digitale. Quello che avrebbe potuto essere un limite si rivelò invece un vantaggio: gli happy hour virtuali permisero di raggiungere professioniste in tutta Italia e all’estero, unificando la community attraverso la passione condivisa per la tecnologia. “Siamo partiti direttamente con il virtuale, perché non avevamo un’esperienza fisica precedente. E in realtà è stato perfetto: ci ha permesso di raggiungere tutta l’Italia, senza essere limitati a una città in particolare”, racconta Tirelli. Il format degli incontri prevedeva, per ogni appuntamento, la testimonianza di due professioniste che raccontavano la propria storia. Si sono avvicendate docenti universitarie e ingegnere che lavoravano nel medicale, nell’aerospace, nel tessile e persino nell’industria del giocattolo. Terminata l’emergenza sanitaria, il Chapter italiano (che al momento comprende i Chapter di Cagliari, Milano, Torino, Ancona e Padova) è tornato in presenza, portando panel e tavole rotonde agli eventi fieristici e alle conferenze del settore.

Stampa 3D: tecnologia da scoprire

La manifattura additiva è spesso percepita come qualcosa di futuristico o di nicchia, ma Valeria Tirelli ne offre una lettura diversa: è una tecnologia naturale, sostenibile e profondamente democratica. “In italiano la chiamiamo ‘stampa 3D’, ma il termine corretto è ‘tecnologia additiva’: aggiungo materiale, quindi strato dopo strato, in base alla forma che mi serve. È l’opposto della tecnologia sottrattiva, quella delle lavorazioni meccaniche tradizionali, si toglie materiale per produrre e inevitabilmente si spreca tanto materiale. Con la manifattura additiva, invece, non si genera scarto, perché si usa solo ciò che serve”. Questa logica additiva, spiega Tirelli, è in armonia con i principi di sostenibilità si produce solo ciò che serve, dove serve e quando serve, riducendo al minimo la supply chain e ottimizzando l’uso delle risorse. Non a caso, i giovani abbracciano questa tecnologia con grande naturalezza, spinti anche dalla facilità di accesso (le stampanti hanno prezzi sempre più accessibili) e dalla velocità del processo: dall’idea all’oggetto possono passare anche solo poche ore.

Le applicazioni industriali sono invece molto più articolate. La manifattura additiva trova spazio nella ricerca e sviluppo, nella produzione di componenti funzionali, nella prototipazione rapida e, sempre più spesso, nella gestione dei ricambi per macchinari datati. “Spesso non esistono più i produttori di certi componenti, ma macchinari e impianti devono continuare a lavorare – spiega Valeria Tirelli – A quel punto la stampa 3D entra in gioco: realizza il pezzo di ricambio, esattamente come l’originale, con tempi molto più rapidi rispetto a una catena di fornitura tradizionale, riducendo al minimo costi e fermi impianto”. In questi casi si ricorre spesso al reverse engineering: dall’oggetto fisico, tramite scansione 3D, si ricava il file digitale da cui ripartire per la produzione.

La tecnologia è anche inclusiva per sua natura. “Per la prima volta uomini e donne partono allo stesso livello, costruendo e imparando competenze da zero, alla pari”, sottolinea Tirelli. Le donne, in particolare, sembrano trovare in questa tecnologia un terreno fertile: la capacità di gestire complessità, di bilanciare costi e benefici e di portare avanti con determinazione un cambiamento culturale all’interno delle organizzazioni sono caratteristiche che, nell’esperienza di Tirelli, le professioniste della stampa 3D esprimono con grande efficacia.

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