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Come sta la macchina utensile italiana? I dati di UCIMU

Nel 2025 il comparto deformazione cresce in controtendenza rispetto al resto del settore della macchina utensile, ma paga il conto di un export in frenata. UCIMU guarda al 2026 con cauto ottimismo, tra Iperammortamento, dazi americani e la crisi di Hormuz che potrebbe rilanciare la domanda mediorientale.

Mentre il comparto della macchina utensile italiana chiudeva un 2025 complessivamente fiacco, il segmento della deformazione dei metalli ha saputo distinguersi, mettendo a segno una crescita produttiva che il resto del settore non può vantare. È uno dei dati più significativi emersi dall’assemblea di UCIMU-SISTEMI PER PRODURRE, tenutasi a Milano lo scorso 7 luglio, durante la quale il Presidente dell’associazione, Riccardo Rosa, ha tracciato il bilancio dell’anno appena concluso e le prospettive per il 2026, insieme alla Vicepresidente di CONFINDUSTRIA per l’export e l’attrazione degli investimenti Barbara Cimmino, e al Presidente del comitato scientifico di ISPI – Istituto per gli Studi di Politica Internazionale Paolo Magri.

Un 2025 a due velocità

Il quadro generale, elaborato dal Centro Studi & Cultura di Impresa di UCIMU, racconta di un’industria italiana di macchine utensili, robot e automazione sostanzialmente stazionaria: la produzione complessiva si è attestata a 6.391 milioni di euro, in crescita di appena l’1% rispetto al 2024. A pesare è stato soprattutto il crollo dell’export, sceso del 12% a 3.760 milioni di euro, con il rapporto tra esportazioni e produzione che si è ridotto al 58,8%, contro il 67,5% dell’anno precedente. Ha invece tenuto il mercato interno, con le consegne dei costruttori italiani tornate a crescere del 28,1%, a 2.631 milioni di euro, dopo due anni di calo, grazie alla ripresa dei consumi domestici, saliti del 22,3% a 4.534 milioni.

In questo scenario, il comparto delle macchine a deformazione ha mostrato una tenuta superiore alla media di settore. La produzione italiana è infatti cresciuta del 5,7%, raggiungendo i 3.044 milioni di euro, un risultato che stacca nettamente l’andamento registrato dalle macchine ad asportazione e da quelle basate su tecnologie non convenzionali, come laser, waterjet ed elettroerosione, entrambe in flessione a doppia cifra (-19,1%).

Anche il comparto deformazione, tuttavia, non è stato immune dalla debolezza della domanda estera: le vendite all’estero sono diminuite del 6,5%, fermandosi a 1.698 milioni di euro, con una propensione all’export che è scesa dal 63,1% del 2024 al 55,8% del 2025. Il primo mercato di sbocco resta quello statunitense, dove le vendite italiane di macchine a deformazione sono calate del 9,1%, a 292,7 milioni di euro, pari comunque al 17,2% del totale esportato dai costruttori italiani del comparto. Seguono il Messico, in controtendenza con un +4,6% a 110,1 milioni, la Germania, in forte calo (-30,3%, a 107,4 milioni), e la Turchia (92,9 milioni, -1,8%). Da segnalare la performance della Francia, quinta destinazione, con acquisti in crescita del 40,9%, a 92,6 milioni di euro.

Sul fronte interno, invece, il comparto ha beneficiato pienamente della ripresa dei consumi: il consumo di macchine a deformazione è salito del 28% a 1.616 milioni di euro, le consegne dei costruttori italiani sul mercato domestico sono cresciute del 26,6% a 1.346 milioni, mentre le importazioni sono aumentate del 35,9%, a 269 milioni di euro. Tra i fornitori esteri più dinamici, la Germania si conferma il principale partner con 81,3 milioni di euro (+71,4%), seguita da un’Austria in fortissima espansione (49,6 milioni, +129,9%), dalla Francia (20,9 milioni, -13%) e dalla Cina (20,4 milioni, +33,3%). In termini di prodotto, le macchine per piegatura e curvatura hanno rappresentato il 45,5% della produzione complessiva del comparto delle macchine a deformazione.

Il peso della deformazione nell’export e nella bilancia commerciale

Guardando alle esportazioni italiane di macchine utensili nel 2025, il comparto deformazione, pur in calo, ha sofferto meno degli altri. Le macchine ad asportazione hanno perso il 18,7%, scendendo a 1.365 milioni di euro, mentre le tecnologie non convenzionali hanno segnato il crollo più pesante, -19,1%, per un valore di 357 milioni. All’interno del comparto deformazione, la voce che raggruppa pressepiegatrici, curvatrici, cesoie, punzonatrici e macchine per lavorazioni a caldo ha registrato un calo più contenuto, pari al 9,2%.

Anche sul fronte delle importazioni la deformazione ha giocato un ruolo di primo piano nella ripresa degli acquisti dall’estero: gli acquisti di piegatrici, curvatrici, presse, magli, cesoie e punzonatrici sono cresciuti del 28,2%, contribuendo, a una crescita complessiva delle importazioni di macchine utensili totale del 22,4%, a 1.323 milioni di euro.

Il dato forse più significativo per il comparto riguarda la bilancia commerciale. Nel 2025 il saldo commerciale complessivo del settore ha chiuso in positivo, a quota 2.098 milioni di euro, sebbene in calo del 26,6% rispetto al 2024. In questo risultato, il contributo della deformazione è stato determinante: il comparto ha generato un saldo positivo di 1.428 milioni di euro, ben superiore a quello dell’asportazione (581 milioni) e a quello delle tecnologie non convenzionali (88 milioni). Va inoltre sottolineato che, mentre il saldo di quest’ultime è crollato del 67,8% e quello dell’asportazione è sceso del 39,9%, la contrazione registrata dalla deformazione è stata la più contenuta tra i tre comparti, pari all’11,7%. A livello di singola famiglia di prodotto, presse, curvatrici e cesoie sono risultate la voce che ha contribuito maggiormente all’attivo commerciale dell’intero settore, con un saldo di 1.203 milioni di euro, davanti a fresatrici (264 milioni) e rettificatrici (160 milioni).

Un’industria di piccole imprese, ma sono le grandi a fare la differenza

I dati diffusi da UCIMU-SISTEMI PER PRODURRE confermano come l’industria italiana di macchine utensili, robot e automazione, comparto deformazione incluso, rispecchi le caratteristiche del sistema produttivo nazionale: aziende di dimensioni contenute, forte propensione all’export ed elevata qualità dell’offerta. Secondo l’indagine relativa al 2024, il 62,1% delle imprese costruttrici ha fatturato meno di 12,5 milioni di euro e il 74,7% ha occupato meno di 100 addetti. Sono tuttavia le realtà più strutturate a garantire il grosso della produzione e dell’export: le imprese con oltre 100 dipendenti, appena il 25,3% del totale, hanno realizzato il 75,8% della produzione e il 79,8% delle esportazioni; allo stesso modo, le imprese con fatturato superiore a 25 milioni di euro, il 25,3% del totale, hanno coperto il 78,6% della produzione e l’81,2% dell’export.

Sul piano geografico, la distribuzione delle unità produttive del settore ricalca quella dei principali distretti industriali italiani: Lombardia (49,5%), Emilia Romagna (15,8%) e Piemonte (11,6%). In termini di fatturato, la Lombardia pesa per il 50,4%, il Piemonte per il 18,3% e l’Emilia-Romagna per l’11,4%; le imprese piemontesi si distinguono per la più alta propensione all’export, pari al 72,3% contro una media di settore del 68,4%.

Il peso delle questioni geopolitiche

Ad aprire l’assemblea, è stato il Presidente di UCIMU Riccardo Rosa, che ha definito il 2025 “un anno complessivamente deludente per i costruttori italiani di macchine utensili, segnato dal forte calo delle vendite estere e da un mercato interno reso incerto dal caos attorno al Piano Transizione 5.0”. Rosa ha inoltre richiamato l’instabilità geopolitica come fattore di forte complessità per un settore che ha nei mercati esteri il proprio principale sbocco.

Sul tema dei dazi statunitensi, il Presidente ha parlato di un impatto “gestibile”: nonostante il calo del 9% delle vendite negli Stati Uniti nel 2025, il mercato americano resta di gran lunga il primo per il Made in Italy di settore, sostenuto dall’assenza di una produzione locale sufficiente a coprire il consumo domestico, dalla necessità di tecnologia avanzata e su misura e dalla vivace domanda espressa dal comparto della difesa, esentato dal pagamento dei dazi. Rosa ha comunque riconosciuto che “il dazio resta una zavorra pesante, a cui si aggiungono effetti indiretti come l’aumento del costo di alcune materie prime”.

Più complesso, secondo il Presidente, l’impatto delle guerre e della debolezza del mercato europeo. Rosa ha citato il caso della Russia, ormai scomparsa dai radar dei costruttori italiani dopo essere stata, nel 2013, il quarto mercato di sbocco del settore, con 177 milioni di euro di export; un mercato, secondo il Presidente, “regalato ai costruttori cinesi”. Sul fronte europeo, inoltre, Rosa ha lanciato un appello a ripensare le politiche sulla transizione elettrica dell’automotive secondo un principio di neutralità tecnologica, denunciando il rischio di de-industrializzazione e la perdita di spazi di mercato a favore dell’offerta asiatica.

Parlando della crisi dello Stretto di Hormuz, Riccardo Rosa ha spiegato che “l’area assorbe circa il 30% dell’export italiano di settore destinato all’Asia, e che un ritorno alla normalità nei traffici commerciali potrebbe dare nuovo slancio alle vendite nella regione, dove sono soprattutto le tecnologie per la deformazione dei metalli a essere richieste, in risposta ai grandi piani di sviluppo infrastrutturale in corso nell’area”. A questo si aggiungerebbe, secondo Rosa, un beneficio indiretto, legato alla progressiva riduzione dei costi di approvvigionamento, cresciuti sensibilmente nei mesi scorsi proprio a causa delle tensioni nella regione.

Iperammortamento, il mercato interno riparte

Decisivo, per tutto il settore, si conferma il ruolo del mercato interno e della misura dell’Iperammortamento prevista dal Piano Transizione 5.0, oggi pienamente operativa. Il Presidente Rosa ha ricordato che il 2026 era iniziato in salita, con la raccolta ordini sul mercato interno in calo del 29% nel primo trimestre rispetto allo stesso periodo del 2025, ma che con l’attivazione della piattaforma GSE si è già registrato un cambio di passo nella domanda dei clienti italiani.

A margine del Tavolo della Meccanica convocato dal Ministero delle Imprese e del Made in Italy a fine giugno, è emerso che il 90% delle domande di prenotazione di risorse sulla piattaforma riguarda investimenti in macchine utensili, un segnale che il Presidente di UCIMU ha definito positivo, sottolineando il valore di una misura con durata triennale, capace di garantire una programmazione di medio periodo sia ai costruttori sia alle imprese che investono.

Le previsioni per il 2026 della macchina utensile

Le stime elaborate dal Centro Studi & Cultura di Impresa di UCIMU, insomma, delineano per il 2026 un anno di ripresa contenuta ma diffusa a tutti gli indicatori. La produzione complessiva di settore dovrebbe salire a 6.640 milioni di euro (+3,9%), mentre le esportazioni si manterrebbero sostanzialmente sui livelli del 2025, a 3.785 milioni (+0,7%). Proseguirebbe il trend positivo delle consegne dei costruttori sul mercato interno, attese in crescita dell’8,5% a 2.855 milioni di euro, trainate da una domanda italiana in aumento del 7,4%, a 4.870 milioni. Anche le importazioni tornerebbero a crescere, del 5,9%, a 2.015 milioni di euro.

L’auspicio del Presidente Rosa è che l’utilizzo dell’Iperammortamento possa riportare la domanda italiana sui livelli record del 2021-2022, garantendo al tempo stesso l’aggiornamento tecnologico di cui il settore ha bisogno per restare competitivo in uno scenario internazionale sempre più segnato da digitalizzazione e intelligenza artificiale.

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