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Sunday, 19 Novembre 2017
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L’Italia del biennio 2015-2016 nell’economia internazionale

Lo scenario economico mondiale vive una fase di grande mutamento in cui l’Italia, che mantiene un ruolo importante nello scambio di beni e servizi, è chiamata a evolversi e adattarsi per mantenere il suo livello di competitività. In quest’ottica, sono molti gli spunti di riflessione generati dal Rapporto ICE 2015-2016, presentato lo scorso luglio e curato dall’agenzia per la promozione all’estero e l’internazionalizzazione delle imprese italiane, di cui vi riportiamo in questo articolo un breve sunto dei principali aspetti.

di Fabrizio Garnero (fonte ICE)

 

Dicembre 2016


Nel 2015 la fragile ripresa dell’attività economica globale ha subito un rallentamento, più marcato nella seconda metà dell’anno. Il 2016 è iniziato sotto il segno dell’incertezza e di un deterioramento delle prospettive di crescita, particolarmente forte nelle economie emergenti e in quelle più fragili dell’Eurozona. Le conseguenze del recente referendum nel Regno Unito, dove gli elettori si sono espressi per l’uscita dall’Unione Europea, hanno poi aumentato l’incertezza e tutte le organizzazioni internazionali stanno rivedendo al ribasso le proprie stime: il tasso di crescita del prodotto interno lordo (Pil) mondiale dovrebbe risultare più basso di quanto previsto in precedenza e ben inferiore rispetto al periodo precedente alla grande crisi iniziata nel 2008. Il segnale più chiaro dell’inversione di tendenza che si sta evidenziando, a livello globale, rispetto agli ultimi anni è quindi il rallentamento - pur con differenze significative tra nazioni e aree - dei cosiddetti paesi emergenti. Considerando, infatti, il volume delle importazioni di merci nel 2015, per la prima volta dopo molto tempo i mercati più dinamici sono stati quelli di Nord America e Unione Europea: aree considerate avanzate che avevano subito evidenti flessioni negli anni successivi alla crisi del 2008. Un’analisi più attenta dell’area euro conferma la complessiva lentezza della ripresa economica, con differenze accentuate tra le nazioni. In particolare, Germania, Francia e Italia sono state caratterizzate da una crescita abbastanza modesta, mentre ha mostrato un andamento più vivace l’economia spagnola, l’unica tra le grandi con una dinamica sopra la media. In generale, il quadro continua a rimanere piuttosto incerto, con previsioni sull’andamento del PIL mondiale riviste al ribasso e con il calo dei prezzi delle materie prime, con quotazioni dei metalli e del petrolio in netto calo nel corso dell’anno.

L’Italia e il suo quadro aggregato
La lunga e profonda recessione che ha colpito l’economia italiana si è conclusa nel 2015, lasciando il passo a una fase di ripresa debole e incerta, che tuttavia si avvale del ritrovato sostegno della domanda interna, premessa indispensabile per il suo possibile consolidamento. Le previsioni macroeconomiche di consenso indicano una lieve accelerazione della crescita del Pil nel 2016, che dovrebbe consentire di ridurre il divario negativo rispetto all’Area dell’euro. Si tratta tuttavia di stime elaborate prima dello shock generato dal referendum sull’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea, le cui ripercussioni, seppure ancora difficili da valutare nel quadro di grande incertezza sugli esiti effettivi della decisione inglese, che si espleteranno nell’arco di alcuni anni, possono essere negative anche nel breve periodo. La ripresa della domanda interna si è tradotta nel 2015 in una forte accelerazione delle importazioni di beni e servizi (+6%), in particolare nelle componenti dei prodotti energetici, degli input intermedi e dei beni d’investimento. Tuttavia, il surplus corrente di bilancia dei pagamenti si è ulteriormente ampliato, raggiungendo il 2,2% del Pil, avvantaggiandosi del forte calo dei prezzi delle materie prime importate. Vi ha contribuito anche l’accelerazione delle esportazioni che, favorite dal deprezzamento dell’euro, sono aumentate del 4,3% nel 2015, nettamente al di sopra della domanda mondiale, pur continuando a crescere meno della media dell’Area dell’euro. Complessivamente, il grado di apertura internazionale dell’economia italiana è ulteriormente aumentato nel 2015, ma è rimasto inferiore a quello degli altri paesi europei di dimensioni comparabili, in particolare per quanto riguarda la penetrazione delle importazioni. I dati disponibili per il primo trimestre 2016, pur confermando la tendenza all’aumento del surplus corrente, mostrano un rallentamento degli scambi: il tasso di crescita tendenziale delle importazioni di beni e servizi è sceso all’1,2%, appena al di sopra di quello del Pil (1%). Le esportazioni hanno fatto registrare una lieve flessione (0,4%). Segnali solo in parte simili si traggono dai dati doganali sugli scambi di merci, disponibili per il periodo gennaio-aprile 2016. La dinamica delle importazioni in volume appare ancora relativamente sostenuta (+3,8%) rispetto ai primi quattro mesi del 2015. Le esportazioni sono rimaste sostanzialmente stabili (+0,2%), mentre si stima che quelle dell’Area dell’euro siano cresciute in media dell’1,2%. Viste in una prospettiva più lunga, le quote di mercato delle esportazioni italiane, che erano tendenzialmente diminuite nel ventennio tra il 1990 e il 2010, si sono stabilizzate negli ultimi anni, risentendo solo marginalmente delle oscillazioni del cambio reale dell’euro. In realtà l’aumento delle esportazioni italiane di beni in volume è stato superiore alla domanda potenziale nei singoli mercati di sbocco, ma la loro crescita aggregata è stata frenata dal fatto che esse sono ancora relativamente concentrate verso aree meno dinamiche della media. Valutata a prezzi correnti, la quota italiana sulle esportazioni mondiali si è assestata intorno al 2,8% nell’ultimo triennio. Un esercizio di decomposizione statistica presentato nel Rapporto mostra che, in media, le quote italiane nei singoli mercati dei singoli prodotti sono diminuite, soprattutto nel 2015, riflettendo anche l’impatto nominale negativo del deprezzamento dell’euro. Tuttavia, la quota aggregata è stata sostenuta dai cambiamenti nella composizione merceologica della domanda mondiale: il calo dei prezzi delle materie prime ha penalizzato tutti i paesi che le producono, avvantaggiando quelli, come l’Italia, specializzati nei manufatti. In particolare, la quota italiana è stata favorita dalla relativa vivacità della domanda di beni di consumo per la persona e per la casa, che negli ultimi anni, invertendo una lunga tendenza negativa, hanno accresciuto il loro peso sul commercio mondiale, grazie all’espansione dei ceti medi nei paesi emergenti. Restano peraltro ampie le opportunità non ancora sfruttate dalle imprese italiane in questi mercati. Considerazioni analoghe valgono se si restringe l’analisi alla quota dell’Italia sulle esportazioni di merci dell’Area dell’euro, che ha mostrato segni di lieve ripresa nell’ultimo quinquennio, attestandosi al 10,6% nel 2015. Il deprezzamento di una moneta può consentire alle imprese di applicare sui mercati esteri prezzi in valuta nazionale superiori a quelli proposti sul mercato interno, senza subire perdite di competitività. Ciò è accaduto anche con l’euro nel 2015: i prezzi dei prodotti industriali italiani sono rimasti praticamente invariati nei mercati interni, ma sono aumentati dello 0,8% nelle esportazioni al di fuori dell’Area dell’euro, con un lieve recupero nei margini relativi di profitto. Peraltro queste strategie di discriminazione di prezzo tra i mercati appaiono più prudenti che in altri paesi (Francia, Germania, Spagna), dove il divario tra i prezzi praticati all’esterno e all’interno dell’Eurozona ha oscillato tra i due e i quattro punti percentuali. I cambiamenti nella divisione internazionale del lavoro, con la frammentazione dei processi produttivi in reti di imprese collocate in paesi diversi e specializzate per funzioni aziendali all’interno delle catene del valore, impongono l’uso di metriche diverse per valutare le posizioni competitive delle industrie nazionali. La crescente partecipazione delle imprese alle reti produttive internazionali ha abbassato in tutti i paesi il contenuto di valore aggiunto interno delle esportazioni, allentando il legame tra la loro dinamica e la crescita del Pil. In Italia questo indicatore, pur essendo diminuito notevolmente a partire dalla seconda metà degli anni novanta, è rimasto comunque più elevato che negli altri principali paesi europei e superiore alla media mondiale, rivelando anche in questa prospettiva un ritardo di apertura del sistema economico. Il migliore andamento delle esportazioni della Germania rispetto a quelle dell’Italia si deve in qualche misura anche alla più profonda integrazione delle imprese tedesche nelle reti produttive internazionali. Al netto di questo effetto, la perdita di quota relativa delle esportazioni italiane appare più contenuta, se misurata in termini di valore aggiunto interno, invece che di valore lordo.

L’interscambio dell’Italia con il resto del mondo
Valutata a prezzi correnti, la quota italiana sulle esportazioni mondiali si è assestata intorno al 2,8% nell’ultimo triennio. In media, le quote italiane nei singoli mercati dei singoli prodotti sono diminuite, soprattutto nel 2015, riflettendo anche l’impatto nominale negativo del deprezzamento dell’euro. In termini di surplus commerciale, in leggero aumento, il saldo positivo con il Nord America è passato da 18 a 24 miliardi di euro, sospinto dalla forte crescita (21%) delle esportazioni verso gli Stati Uniti. Sono migliorati considerevolmente anche i saldi con il Medio Oriente, l’Africa settentrionale e l’Asia centrale, grazie al calo dei prezzi delle importazioni di materie prime energetiche. Per contro, si è ampliato il disavanzo con l’Asia orientale, e in particolare quello con la Cina, passato da 15 a 18 miliardi circa, come risultato dell’inattesa gelata delle esportazioni (-0,7%). È inoltre sceso da 15 a 11,5 miliardi il surplus con l’Unione Europea, risultato di andamenti negativi in diversi paesi, tra cui Germania, Irlanda e Polonia, che hanno più che compensato i miglioramenti dei saldi con altri partner, tra cui il Regno Unito e la Spagna. Nei primi quattro mesi del 2016 sono emerse tendenze parzialmente diverse. Il surplus con l’Unione Europea è tornato ad aumentare, sospinto da una crescita delle esportazioni superiore a quella delle importazioni, in particolare in Francia e in Spagna. Le esportazioni verso gli Stati Uniti hanno subito un netto rallentamento, ma il surplus dell’Italia ha continuato ad ampliarsi per il contestuale calo delle importazioni. Il disavanzo con la Cina è rimasto pressoché invariato, a seguito di una netta flessione di entrambi i flussi di interscambio. Il surplus con i paesi produttori di petrolio, di contro, si è ulteriormente accresciuto, continuando a riflettere l’andamento favorevole dei prezzi relativi. Un altro caso in cui le relazioni commerciali bilaterali sono fortemente condizionate da quelle politiche è l’Iran, il cui mercato ha un grande potenziale di crescita, che potrebbe essere attivato dalla fine delle sanzioni e, in futuro, da un’eventuale adesione all’OMC (Organizzazione Mondiale del Commercio). Perché le opportunità per le imprese italiane abbiano un reale impulso, tuttavia, è necessario superare, o quantomeno ridurre, le difficoltà legate al complicato intreccio tra tensioni politiche interne e internazionali.

La crescita delle importazioni supera quella delle esportazioni
Il saldo attivo dell’industria manifatturiera, per la prima volta dopo quattro anni di aumento progressivo, è diminuito, passando da 99 a 94 miliardi. La crescita delle importazioni (6,9%), attivata dalla ripresa produttiva, ha sopravanzato nettamente quella delle esportazioni (3,7%). Il divario si è manifestato in quasi tutti i principali settori, con le eccezioni dei derivati del petrolio, dell’industria alimentare e - in misura minore - del sistema dei prodotti per l’arredamento. Anche la dinamica degli scambi nel terziario sembra riflettere i segni dell’avvio della ripresa: il disavanzo è aumentato in quasi tutti i settori dei servizi intermedi (trasporti, servizi finanziari, servizi informatici, di informazione e di telecomunicazione, altri servizi alle imprese). Viceversa, si è ampliato il saldo attivo dei viaggi all’estero. I primi mesi del 2016 (gennaio-aprile) sono stati ancora caratterizzati da una contrazione del disavanzo energetico, ma il surplus manifatturiero ha subito un’ulteriore flessione, a cui ha contribuito principalmente il comparto dei mezzi di trasporto, in cui le esportazioni di autoveicoli hanno nettamente rallentato. Peraltro negli ultimi anni è stato proprio il comparto degli autoveicoli (inclusa la produzione di componenti) a trainare la crescita delle esportazioni e della produzione manifatturiera in Italia. Dopo aver subito in misura particolarmente forte l’impatto della crisi globale, il settore si è giovato dei processi di ristrutturazione e riqualificazione in corso da molti anni, reagendo alla caduta della domanda interna con una rinnovata espansione internazionale. Oltre alla fusione tra Fiat e Chrysler, che ha cambiato radicalmente la struttura industriale del settore, si è manifestata progressivamente la capacità competitiva dei produttori di componenti, che sono riusciti a rafforzare la propria posizione in tutti i principali centri produttivi mondiali. Nei principali settori dell’industria manifatturiera il 2015 ha confermato una tendenza già in corso da tempo a una crescita dei prezzi delle esportazioni a tassi inferiori a quelli dei valori unitari. Sia pure con la cautela che deriva dalla diversità dei metodi statistici usati per la costruzione degli indici, si può ipotizzare che questo divario, particolarmente evidente nei settori di punta del made in Italy, rifletta un processo di miglioramento qualitativo del mix di prodotti esportati, con un aumento di peso di quelli di fascia più elevata. Inoltre, potrebbero avervi concorso i processi di selezione competitiva delle imprese esportatrici, che tendono a espellere dai mercati quelle meno produttive, spesso collocate su fasce di prodotto di valore unitario inferiore, o incentivano la delocalizzazione all’estero delle attività di valore meno elevato. Scontando l’impatto nominale negativo del deprezzamento dell’euro, la quota dell’Italia sulle esportazioni mondiali di manufatti ha subito una flessione nel 2015, passando dal 3,6 al 3,4%. Le perdite hanno coinvolto quasi tutti i settori, con l’eccezione degli autoveicoli e dei derivati del petrolio. Tuttavia, per valutare meglio, anche a livello settoriale, la prestazione competitiva delle esportazioni italiane, è opportuno adottare una prospettiva temporale più lunga e distinguere l’andamento delle loro quote di mercato misurate sulle esportazioni mondiali e su quelle dell’Area dell’euro. Emergono, anche in questo caso, con riferimento al periodo 2010-15, i tre tipi di tendenze già evidenziati nell’analisi per mercati. In realtà soltanto un settore, la farmaceutica, ha recuperato posizioni sia rispetto alle esportazioni mondiali che a quelle dell’Area dell’euro, ma ce ne sono altri (autoveicoli, meccanica, chimica, alimentare e filiera della carta-stampa) il cui successo rispetto all’Area dell’euro si accompagna a un’erosione molto lieve delle quote sulle esportazioni mondiali. Quasi tutti gli altri settori hanno perso quote di mercato in entrambe le dimensioni. Mentre, quando si considerano le esportazioni mondiali di manufatti, gli anni duemila erano stati contrassegnati da un’ampia redistribuzione di quote dagli Stati Uniti e dal Giappone verso la Cina, nell’ultimo quinquennio gli Stati Uniti hanno recuperato terreno, anche se è stata di nuovo la Cina a conseguire l’incremento di quota più elevato. Appare ragionevole ipotizzare, come già accennato, che questi cambiamenti riflettano almeno in parte le conseguenze degli investimenti diretti realizzati in Cina dalle multinazionali statunitensi e giapponesi. Uno dei settori manifatturieri messi maggiormente in difficoltà dall’avanzata dei prodotti cinesi, anche in Italia, è la siderurgia. Per un insieme di ragioni economiche e politiche, la Cina ha accumulato in questo settore un ingente eccesso di capacità produttiva, che cerca sbocchi di mercato esercitando una forte pressione al ribasso sui prezzi e compromettendo gli equilibri di bilancio dei produttori europei. Ai vantaggi che ne derivano per i settori utilizzatori di acciaio, in termini di costi più bassi, si associano dunque rilevanti problemi economici e sociali per la crisi del settore. L’introduzione di misure di protezione, purché conformi al regime degli scambi in vigore, potrebbe offrire un sollievo temporaneo ai produttori europei, ma una soluzione sostenibile nel lungo periodo può essere ottenuta soltanto rafforzando i processi di ristrutturazione e innovazione tecnologica.

La ripartizione delle attività sul territorio italiano
Non è facile identificare con chiarezza, superando il filtro delle oscillazioni di breve periodo, le tendenze di fondo della distribuzione regionale nel nostro Paese delle attività economiche, e in particolare delle esportazioni. Osservando l’arco degli ultimi venti anni, si nota tuttavia una perdita di quota dell’Italia nord-occidentale, che è andata prevalentemente a vantaggio del Nord-Est e del Centro, mentre la quota del Mezzogiorno è rimasta marginale. In realtà, fino al 2012, la quota del Mezzogiorno era tendenzialmente salita. Se negli anni novanta la sua ascesa rifletteva anche un processo di diffusione della capacità di esportare nel tessuto imprenditoriale locale, nel decennio successivo essa è stata sostenuta soltanto dalla crescita dei prezzi dei derivati del petrolio, in cui sono specializzate le esportazioni siciliane e sarde. Quando il ciclo dei prezzi si è invertito, la quota della ripartizione ha subito un brusco arretramento. Il lieve recupero registrato nel 2015 è dovuto essenzialmente alle esportazioni di autoveicoli della Basilicata.Tendenze parzialmente simili si riscontrano nei dati relativi al primo trimestre 2016. L’Italia nord-occidentale ha continuato a perdere quota, soprattutto per la caduta delle esportazioni piemontesi (-7%). Ne hanno tratto vantaggio principalmente l’Italia centrale, dove le esportazioni del Lazio e dell’Umbria sono aumentate di oltre il 5%, e il Mezzogiorno, dove la forte crescita registrata da Abruzzo, Basilicata e Molise ha più che compensato i cedimenti delle altre regioni, e in particolare delle Isole. La distribuzione regionale degli scambi di servizi è più concentrata rispetto a quelli di merci, perché le maggiori imprese che li realizzano sono localizzate prevalentemente nei grandi centri urbani (Roma e Milano). Nel 2015, tuttavia, gli incrementi più consistenti sono stati realizzati nel Nord-Est e nel Mezzogiorno. Il grado di apertura internazionale dei sistemi economici è molto variabile tra le regioni. In generale, tende a essere più elevato in Italia settentrionale, rispetto al Centro e soprattutto al Mezzogiorno. I divari di apertura appaiono in aumento: nelle regioni del Centro-Sud si osserva negli ultimi anni una tendenziale flessione della quota di domanda interna soddisfatta dalle importazioni e della propensione a esportare, benché nel 2015 il valore delle esportazioni per addetto sia aumentato anche in diverse regioni meridionali. Il ritardo del Mezzogiorno appare ancora più evidente quando si considera l’internazionalizzazione produttiva. La sua quota sulle partecipazioni italiane in imprese estere è molto bassa in termini numerici (4,5% nel 2015) e ancor più in termini di addetti (3%) e fatturato (2,5%), il che rivela dimensioni medie delle imprese partecipate più contenute della media nazionale e un divario negativo anche in termini di fatturato per addetto. Le multinazionali più grandi, come fatturato all’estero, sono fortemente concentrate in poche regioni. Nell’ultimo quinquennio la quota del Piemonte è progressivamente aumentata, ai danni di quelle del Lazio e della Lombardia. Anche la capacità del Mezzogiorno di attrarre investimenti dall’estero appare limitata. La sua quota sugli addetti nelle imprese italiane a partecipazione estera si è attestata al 5,4% nel 2015, dopo essere aumentata negli ultimi anni, grazie soprattutto al contributo della Campania. Tra le altre regioni, si nota il ridimensionamento della quota del Lazio, a vantaggio soprattutto di Emilia-Romagna e Toscana. La presenza multinazionale in Italia resta comunque fortemente concentrata nel Nord-Ovest, dove si trova oltre il 56% degli addetti, e nel Lazio, per il ruolo svolto dall’area metropolitana di Roma. In generale, in tutto il mondo le multinazionali tendono a preferire i sistemi urbani per le loro scelte di localizzazione: i vantaggi che derivano dalla concentrazione di risorse diversificate, tipica dei contesti metropolitani, superano spesso i costi di congestione e consentono di ridurre le difficoltà di accesso all’innovazione e ai mercati esteri.

Il peso rilevante delle PMI anche in termini di export
In termini quantitativi, il numero degli esportatori ha continuato a crescere nel 2015, raggiungendo un nuovo massimo (oltre 214.000 operatori). È salito anche il valore medio delle esportazioni per impresa, che ha sfiorato gli 1,9 milioni di euro. L’aumento del numero degli esportatori è alimentato dal basso, nella classe dimensionale più piccola, dalla comparsa di nuovi soggetti che si affacciano per la prima volta sui mercati esteri, sospinti dalla necessità di trovare sbocchi alternativi rispetto alla debolezza della domanda interna e, più recentemente, dalle opportunità create dal deprezzamento dell’euro. Tuttavia, molti di questi nuovi esportatori non riescono a consolidare la propria presenza, andando oltre una comparsa occasionale su pochi mercati. Non sorprende che in Italia le grandi imprese (quelle con più di 250 addetti) abbiano un peso nettamente inferiore che in Francia, Germania e Spagna, sia in termini numerici che di valore delle esportazioni. Al polo opposto le micro imprese esportatrici (fino a 9 addetti), pur essendo moltissime, incidono poco sul valore delle vendite all’estero. Pesano invece molto di più le imprese piccole e medie, che realizzano quasi la metà delle esportazioni italiane, ma appena un quinto di quelle tedesche e un quarto di quelle francesi. Il numero medio di mercati esteri per esportatore è cresciuto ulteriormente nel 2015, raggiungendo un nuovo massimo (5,85). Di questo aumento nel grado di diversificazione geografica delle esportazioni si ha riscontro anche nella flessione della quota di imprese presenti soltanto in un mercato estero, scesa al 42,8%.

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