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Monday, 29 Maggio 2017
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Al microscopio, il parco macchine installato in Lombardia

La Lombardia, prima regione del Paese per numero di macchine utensili e sistemi di produzione installati, con quasi il 30% del totale del parco macchine italiano, ha reagito alla crisi in modo più energico rispetto al resto del Paese. Nonostante ciò, l’età media del parco macchine installato è cresciuta, rispetto al 2005, di oltre 2 anni, a 12 anni e 8 mesi. Questo, in sintesi, è quanto è emerso dai dati relativi all’area della Lombardia proposti dalla ricerca “Il parco macchine utensili e sistemi di produzione dell’industria italiana”.

di Francesca Fiore

Aprile 2016

Presso la sede di Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, sono stati presentati i dati relativi all’area Lombardia proposti dalla ricerca “Il parco macchine utensili e sistemi di produzione dell’industria italiana”. L’indagine, effettuata con cadenza decennale e giunta alla sua quinta edizione, è stata realizzata da UCIMU - SISTEMI PER PRODURRE, con il contributo di Ministero dello Sviluppo Economico e ICE. All’incontro, sono intervenuti: Alessandro Spada, vice presidente Affari Istituzionali Energia e Ambiente Assolombarda Confindustria Milano Monza e Brianza, Luigi Galdabini, presidente UCIMU e Stefania Pigozzi, responsabile Centro Studi & Cultura di Impresa UCIMU. Il punto di vista dell’industria utilizzatrice dei sistemi di produzione è stato invece rappresentato da Stefano Scaglia, presidente AFIL, associazione Fabbrica Intelligente Lombardia, Giovanni Ortolan, consigliere ANFIA, associazione nazionale filiera industria automobilistica, Carmelo Cosentino, presidente Lombardia Aerospace Cluster. A moderare l’incontro Dario di Vico, inviato de Il Corriere della Sera.

Sono 781 le aziende lombarde considerate nell’indagine
Sono 305.520 le macchine utensili installate nelle imprese censite dall’indagine. Nel 2005 (anno della precedente rilevazione) erano oltre 340.000 le macchine presenti nelle circa 3.000 imprese considerate. Il campione risulta ridotto rispetto all’edizione precedente a causa del ridimensionamento che la crisi ha imposto all’industria manifatturiera nazionale. Il 75% del totale delle imprese censite presenta almeno una macchina utensile.
A illustrare nel dettaglio i risultati dell’indagine è Stefania Pigozzi, responsabile Centro Studi & Cultura di Impresa UCIMU - SISTEMI PER PRODURRE “Condotto su un campione rappresentativo di oltre 2.500 imprese (con più di 20 addetti), lo studio fornisce il quadro su: età media, grado di automazione/integrazione, composizione e distribuzione (per settore, dimensione di impresa, aree territoriali) del parco macchine utensili e sistemi di produzione dell’industria del Paese, al 31 dicembre 2014. In questo senso, esso fotografa lo stato dell’industria manifatturiera (metalmeccanica) italiana, proponendo indicazioni in merito al grado di competitività dell’intero sistema economico nazionale. Le unità produttive censite sono pari al 16,1% dell’universo delle imprese del settore e al 22,9% degli addetti impiegati. Le aziende lombarde che hanno fornito i propri dati per la realizzazione dell’indagine sono 781. I risultati emersi dallo studio con Focus sulla regione Lombardia rispecchiano sostanzialmente le rilevazioni emerse su base nazionale anche perché, in linea con la reale distribuzione degli aziende metalmeccaniche, le imprese lombarde considerate nel campione sono le più numerose rispetto all’universo”.

La quota di macchine in Lombardia è cresciuta di due punti percentuali
Entrando nel merito dell’indagine la Lombardia, con 90.680 sistemi di produzione installati, pari al 29,7% del parco macchine italiano, risulta la prima area per numero di macchine utensili presenti negli stabilimenti produttivi. Rispetto al 2005, anno della precedente rilevazione, la quota di macchine presenti in Lombardia sul totale nazionale è cresciuta di due punti percentuali, interrompendo il trend negativo che l’ha caratterizzata in modo costante negli ultimi quaranta anni. La regione risulta l’area del Paese ad aver meno sofferto gli anni della crisi. Infatti, rispetto al 2005, il numero delle macchine utensili installate nell’area è calato del 7,1%, contro il -11% registrato su base nazionale. Tale diminuzione è da imputare al ridimensionamento del settore metalmeccanico oltre che al calo degli investimenti registrato nell’ultimo quinquennio. Cresce di oltre 2 anni l’età media del parco macchine installato nelle imprese lombarde. Nel 2014, l’età media è pari a 12 anni e 8 mesi. Nel 2005, era risultata di 10 anni e 6 mesi. Il dato lombardo è perfettamente allineato a quello nazionale. Rispetto alla rilevazione precedente, nel 2014, in Lombardia, aumenta la quota di macchine utensili con un’età superiore ai 20 anni, risultata pari al 27% del totale installato, contro il 15% del 2005. Parallelamente si dimezza la quota di macchine con età non superiore ai 5 anni, pari al 13% (era il 26% nel 2005). Il dato lombardo, anche in questo caso, rispecchia quello nazionale.

Cresce il grado di integrazione dei sistemi di produzione in Lombardia
Il grado di automazione del parco macchine lombardo, rilevato dall’incidenza di sistemi a controllo numerico sul totale, risultato pari al 30% del totale installato, è inferiore rispetto alla media nazionale (32%). Lo scarto è attribuibile alla limitata presenza di grandi industrie e di imprese appartenenti a settori che non utilizzano sistemi dotati di CNC, primo fra tutti l’automotive concentrato in altre aree del Paese. Rispetto alla rilevazione precedente (2005), il grado di automazione delle imprese lombarde, così come quello nazionale, è cresciuto in misura molto ridotta: nel 2005 l’incremento era stato dell’8%, nel 2014 risulta dell’1%. Cresce il grado di integrazione dei sistemi di produzione presenti in Lombardia. Il 20% delle macchine utensili installate è dotato di sistemi di automazione e integrazione. Il dato, molto vicino alla media nazionale risultata pari a 20,8%, confina però la Lombardia al quarto posto tra le aree del Paese dopo Piemonte, Emilia-Romagna e Sud&Isole. Le macchine semplici, prive di qualsiasi tipo di integrazione, rappresentano comunque ancora il 79% del totale. Nel 2005, anno dell’ultima rilevazione, risultavano essere l’89% del parco installato. Da un’analisi più approfondita, emerge che l’integrazione si concretizza anzitutto nell’incremento del contenuto di automazione (primo livello di integrazione) della macchina che cresce di 8 punti percentuali, passando da 4,8% del 2005 al 12,5% del 2014. Segue l’integrazione meccanica (secondo livello) la cui diffusione risulta raddoppiata, passando dal 2,5% al 5,8%. Arretra invece la quota di macchine dotate di integrazione informatica (terzo livello) che si riduce dal 3,7% del 2005 al 2,5%. Anche ipotizzando che per le imprese sia stato difficile indicare il proprio posizionamento rispetto ai tre livelli di integrazione, l’indicatore che misura le ICT nelle aziende metalmeccaniche è decisamente basso.

C’è più deformazione e altri sistemi a scapito di asportazione e robot
In Lombardia la quota di macchine ad asportazione rispetto al totale installato risulta pari al 55%, quella delle macchine a deformazione è pari al 27%, seguono altri sistemi (10%), robot (6%) e le tecnologie non convenzionali, ovvero laser, laser fibra e waterjet) (2%). A confronto con il dato relativo al Paese, il territorio lombardo appare sostanzialmente in linea, con una presenza leggermente più alta (tre punti percentuali) di deformazione e altri sistemi a scapito di asportazione e robot. Anche in questo caso, la differenza rispetto al resto del Paese è determinata dalla tipologie di industrie utilizzatrici presenti nell’area. L’area lombarda è seconda in Italia per livello di densità di macchinari installati: 28,6 macchine ogni 100 addetti. Il dato lombardo, inferiore solo a quello dell’Emilia-Romagna (30,2), risulta superiore alla media nazionale che è pari a 25,8. La forte presenza di macchine utensili rispetto al numero degli addetti è determinata dalla tipologia di imprese per lo più appartenenti ai settori prodotti in metallo e meccanica generale, tipicamente di dimensione medio piccola. Come nel 2005 anche nel 2014, emerge la correlazione inversa tra possesso di macchine utensili e dimensione dell’unità produttiva. In termini assoluti, al crescere del numero di addetti impiegati cala la quota di macchine utensili presenti nell’impianto. Ciò è spiegato dal fatto che le piccole imprese sono impegnate principalmente nell’attività di produzione. Al crescere della dimensione, le aziende inseriscono altre attività il cui svolgimento non prevede l’utilizzo di macchinari. Conclude Stefania Pigozzi: “Anche in Lombardia  le piccole imprese cedono il passo alle grandi nell’attività di acquisizione di macchinari.  La quota di macchine utensili installate nelle aziende con meno di 50 dipendenti risulta pari al 50% rispetto al 55% della precedente rilevazione. Di contro, cresce al 39% la quota installata nelle imprese che impiegano tra i 50 e i 200 addetti; era pari al 35% nel 2005. Parimenti risulta in aumento la quota delle macchine presenti negli stabilimenti con più di 200 dipendenti che passa dal 9% all’11%. La tendenza rilevata in Lombardia rispecchia l’andamento nazionale e si spiega con il fatto che, anche a causa della crisi, le grandi imprese tornano a internalizzare parte dell’attività che, fino a poco tempo fa, era demandata all’esterno. Dall’analisi dei dati ISTAT 2011 (ultimi dati disponibili) ripartiti per settore emerge che la metà del parco macchine lombardo (51%) è installata presso stabilimenti che realizzano prodotti in metallo (fonderie, fucinatura, stampaggio, carpenterie, caldaie, serbatoi, utensili, seconda trasformazione dei metalli, trattamento, rivestimento). Il secondo settore per quantità di macchine installate (27%) è quello dei costruttori di macchinari e materiale meccanico (macchine agricole, macchine utensili per metalli e robot industriali, macchine tessili e per l’abbigliamento, macchine per l’industria alimentare, chimica, della plastica, lavorazione del legno, macchine per le industrie estrattive, edilizie, siderurgiche). Segue quello dei mezzi di trasporto (8%), che comprende tra gli altri automotive e aerospace, e quello di materiale elettrico ed elettronico (8%)”.

Un terzo del parco macchine installato ha più di 20 anni
A commentare gli esiti dell’indagine Luigi Galdabini, presidente UCIMU - SISTEMI PER PRODURRE: “I risultati della ricerca evidenziano come anche la Lombardia non sia estranea al pesante arretramento che l’industria metalmeccanica italiana ha subito nell’ultimo decennio. Certo, la regione ha resistito meglio alla crisi rispetto alle altre aree del Paese ma, anche qui, il parco macchine ha subito un ridimensionamento rilevante e un invecchiamento deciso, come mai si era verificato negli ultimi quaranta anni. In particolare, ciò che appare allarmante è che in Lombardia, da sempre tra i distretti più innovativi d’Europa, un terzo del parco macchine di produzione abbia oltre venti anni. A peggiorare il quadro è poi il fatto che, nell’ultimo decennio, si sia dimezzata la quota di macchine con un’età inferiore ai 5 anni. L’invecchiamento dei mezzi di produzione installati nelle imprese, diretta conseguenza del blocco degli investimenti in macchine utensili robot e automazione che si è interrotto solo nel 2014, è evidente così come è evidente che l’incremento del livello di automazione/integrazione degli impianti cresca a ritmo troppo lento. Questi fattori mettono a dura prova la competitività del sistema industriale lombardo e italiano, che rischia inesorabilmente di arretrare anche perché, nel frattempo le industrie dei Paesi emergenti si stanno dotando di sistemi e tecnologie di ultima generazione. D’altra parte, la ripresa del consumo di macchine utensili in Italia, registrata a partire dal 2014 e proseguita per tutto il 2015, è certamente una buona notizia poiché riduce, anche se soltanto in parte, gli effetti derivanti dal blocco degli investimenti in sistemi di produzione. Essa dimostra che il manifatturiero del Paese può tornare a operare sui livelli pre-crisi anche grazie al supporto garantito da strumenti di politica industriale messi in atto dalle autorità di governo. Oltre alla Nuova Legge Sabatini che permette il finanziamento a tassi agevolati degli acquisti in macchinari e, dal marzo 2016, può essere concessa anche a fronte di finanziamenti erogati dalle banche e dalle società di leasing con canali di stanziamento differenti dalla Cassa Depositi e Prestiti, è esempio di ciò il provvedimento del Superammortamento, che permette l’ammortamento del 140% del valore del bene acquisito. Pur riconoscendo la validità di queste misure congiunturali occorre prevedere interventi strutturali volti a stimolare e sostenere il ricambio dei sistemi di produzione nelle imprese italiane, unica via per assicurare prospero futuro alla manifattura del Paese. Penso alla liberalizzazione delle quote di ammortamento, attraverso cui il macchinario acquistato può essere ammortizzato in tempi più brevi. La misura oltre a incentivare nuovi acquisti, di fatto, non presenta costi a carico dello Stato che vedrebbe soltanto traslata nel tempo l’entrata di cassa. In ogni caso, se ciò non fosse possibile occorre prevedere l’aggiornamento dei coefficienti di ammortamento fermi ancora al 1988. Ma la modalità più adeguata per contrastare l’inesorabile invecchiamento delle macchine utensili presenti negli stabilimenti produttivi del Paese è l’adozione di una misura che favorisca l’aggiornamento del parco macchine installato. Funzionale all’obiettivo è l’introduzione di un sistema di incentivi alla sostituzione volontaria dei macchinari obsoleti con nuove tecnologie progettate e realizzate secondo le nuove esigenze di produttività, risparmio energetico e rispetto delle norme di sicurezza sul lavoro previste dall’UE, assicurando così adeguato livello di competitività al Made in Italy.

In Lombardia, sono 220 le imprese che operano per l’aerospaziale
A commentare gli esiti dell’indagine anche Carmelo Cosentino, presidente Lombardia Aerospace Cluster. “Il nostro settore è molto particolare e ha caratteristiche un po’ diverse rispetto ad altri. Se in diversi ambiti produttivi la robotica e l’automazione rappresentano un’esigenza imprescindibile, nell’aerospaziale questa tendenza è meno accentuata in quanto i volumi di produzione sono piuttosto contenuti e non giustificano un simile investimento. Se è vero che nell’aeronautica civile ci sono volumi più alti rispetto al militare, i quantitativi restano comunque modesti (nella migliore delle ipotesi si può arrivare a qualche migliaio di pezzi). Questo è il motivo per cui l’automazione non ha un grande appeal nel nostro comparto. Il settore aeronautico ha risentito molto poco della crisi del 2008-2009. Nel nostro ambito, infatti, la pianificazione ha un lunghissimo respiro e non risente delle fluttuazioni di breve periodo. Basti pensare che generalmente i prime contractor hanno un backlog di produzione di diversi anni. Al computo vanno poi ad aggiungersi i tempi di sviluppo del progetto, che nel caso di un aereo o di un elicottero si aggirano dagli 8 ai 18 anni, e quelli necessari per effettuare tutta una serie di processi certificativi. In Lombardia il nostro comparto è andato meglio che in altre regioni. Sul territorio lombardo si contano circa 220 imprese: 5 hanno grandi dimensioni, mentre le restanti sono rappresentate da un nugolo di medie, piccole e micro aziende in cu lavorano un totale di 16.000 addetti e che generano un fatturato che ha superato nel 2015 i 5 miliardi di euro. Fatto 100 l’export nazionale di prodotti aerospaziali, la Lombardia è presente in classifica con una percentuale pari al 39%. In questo settore, elevato è il grado di innovazione sia di prodotto che di processo. Se i volumi di produzione non giustificano spesso l’investimento in automazione, grande attenzione viene invece riservata all’innovazione costante del prodotto. La concorrenza, del resto, è piuttosto agguerrita: Stati Uniti, Regno Unito e Francia, ma anche Cina, Corea, e India. Nell’ambito aerospaziale l’internazionalizzazione è un’esigenza molto sentita. Qui vige la formula del 30-70. Fatto 100 il costo del prodotto (aereo o elicottero che sia), 30 è il costo per lo sviluppo interno, mentre 70 è il costo sostenuto per l’approvvigionamento di componenti da terzi. Non si può quindi parlare di grande industria aerospaziale se non c’è un grande indotto alle spalle. In quest’ottica, il nostro cluster sta lavorando per migliorare la competitività dell’intero sistema nazionale oltre che lombardo”.

Automotive: robot e automazione intelligente
“A differenza dell’aerospaziale, i volumi produttivi nel settore automotive sono davvero elevati”, afferma Giovanni Ortolan, consigliere ANFIA - Associazione Nazionale Filiera Industria Automobilistica. “Certo, se nel mondo si realizzano circa 90 milioni di auto, in Italia i numeri sono più ridimensionati. Si parla comunque di vetture da 3.000, 10.000 o 1.000.000 di pezzi. Ad ogni modo, la regola del 30-70 vale anche per l’automotive.
In Italia esiste un solo costruttore di automobili che non è in Lombardia, in cui però si trovano numerosi componentisti che lavorano in questo indotto, con una storia diversa rispetto a quelli del Piemonte, una dinamicità differente rispetto a quelli dell’Emilia Romagna, e una natura dissimile rispetto a quelli ubicati nel Sud del Paese e nelle Isole, in cui esistono distretti formidabili. La Lombardia vanta alcune eccellenze riconoscibili oltre che tutto un substrato fortemente legato alle macchine utensili e all’integrazione di macchina utensile con utilizzatore. Chiunque abbia avuto modo di visitare il salone di Ginevra avrà certamente percepito la voglia spasmodica di ripartire. Si tratta di un’energia positiva che va però incanalata nel modo giusto. Il collaborative engineering è una necessità assoluta in tutte le sue forme, ma alcuni passaggi fatti per prossimità (di lingua, di collocazione geografica, di interessi, ...) rappresentano tutt’oggi delle scelte strategiche cruciali. Il retrofit è un’altra necessità assoluta, anche se esiste un limite al suo utilizzo che bisogna saper riconoscere. Per quanto riguarda i robot, a differenza del settore aerospaziale nell’automotive se ne utilizzano parecchi. Ci sono però costruttori di auto che si dicono d’accordo con l’automazione a patto che si tratti di un’“automazione intelligente” e combinata con le skills di “persone intelligenti”. L’automazione di tipo tradizionale non è più sufficiente”.

Competenze, capacità e tecnologie ai più alti livelli
A prendere la parola è infine Stefano Scaglia, Presidente AFIL - Associazione Fabbrica Intelligente Lombardia: “In Italia disponiamo di tutte le conoscenze e le tecnologie all’avanguardia per competere con i più grandi. Il nostro problema è che non siamo bravi a pubblicizzarci come invece fanno i tedeschi, che con la loro Industry 4.0. si presentano sul mercato mondiale come gli unici detentori di novità. In occasione di una mia recente visita al Fraunhofer, ho visto che alcuni ricercatori tedeschi stavano sviluppando una serie di tecnologie sulle quali sta lavorando anche il Politecnico di Milano. Le conoscenze e le capacità sono pertanto le stesse. Onestamente, non ho idea se siamo più indietro o avanti di loro in termini quantitativi, ma non siamo certo in difetto in termini di competenze e tecnologie. Quello che davvero manca in Italia e che invece è molto sentita in Germania è la capacità di fare sistema. In quest’ottica nel nostro Paese l’ente pubblico è assente, così come non esistono imprese capaci di aggregare e di fare da traino. Sarebbe auspicabile che almeno i cluster e le associazioni di categoria riuscissero a convergere e a portare avanti progetti comuni in maniera unitaria. AFIL (che annovera imprese, università, organismi di ricerca, associazioni ed enti territoriali) sta lavorando piuttosto bene: in due anni di vita, abbiamo presentato domanda per 1 milione di euro di contributi ottenendone 450.000. A livello europeo, AFIL è infatti percepito come un ente portatore non di un’istanza di una singola categoria ma di un intero sistema. L’auspicio per il futuro è quello di riuscire a ottenere una maggiore aggregazione e di promuovere sempre più progetti”.

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